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Traffico
Scritto da Chio Dupia   
giovedì 24 luglio 2008

La strada è deserta nella colonna opposta ma nessuno sembra volerne approfittare.
Mi bacio le dita ad ogni tiro di sigaretta.
Andata. Ritorno.
Un viaggio è fatto così. Andata e ritorno. In mezzo, la meta.

Ed ora. In fila.

In macchina, fermo nel traffico folle e asfissiante di una giornata più inquinata del solito, dal finestrino, osservo dentro gli abitacoli. All’interno sono come scimmie che mi tendono le loro noccioline attraverso le sbarre trasparenti dei loro vetri abbassati. Fa caldo. Altri vetri, le facce arcigne, spessi quanto giorni di caligine e ferie, quanto i loro occhiali da sole che nascondono gli occhi e schermano pensieri. Non sembrano felici. Non siamo felici.
Metto i miei occhiali da sole. Tendo il braccio sul clacson. E faccio un po’ di casino.
Non sono felice.
Sono in corsa per una festa da usare come salvagente, salvamatrimonio, salvacondotto. Qualcuno è contento. Strabuzza gli occhi, giusto per darsi un tono. Stiamo tutti festeggiando la festa pasquale, la suocera e l’arrosto che è la fine del mondo. Come se solo quello potesse liberarcene. E’ il caos. Un rumore, lamiere che si toccano, in velocità, plastica che si spacca e vetri che esplodono emulando il risveglio da un sogno.
Bucando un semaforo rosso, segue una interminabile frenata. Sorrido. Il rosso sangue colora lo specchio delle mie lenti. Un ragazzo su uno whipart giallo ha appena vissuto tutta la sua vita a settanta chilometri orari. Il vento porta indietro i capelli. Lo vedo sicuro di sé. Ha l’ansia del ritardo. La testa conficcata nel lunotto posteriore della macchina. 10 metri più avanti dalla mia attesa. Una corona di vetro - nel tamponamento - gli è esplosa in faccia. Respira. Il cuore batte ancora.
Sportelli si aprono e persone scendono, s’affrettano curiose nell’immobilità, nel rantolo flebile dei motori che scaldano a vuoto. Tutto normale.
Braccia tese sul clacson. Potenza lirica metropolitana. La musica sale. Si accende. Aritmica. Bellissima. Assistiamo tutti alla messa pasquale. L’agnello di Dio ha le orecchie sanguinanti. Fischia l’inizio di una partita sfigata riflessa in un satellite che da qualche parte sta ruotando inconsapevole intorno al globo.
Una birra sul tavolo di fronte a me è l’ospite gradita di una estate tutta italiana. Inseguendo un gol…

Mi bacio le dita ad ogni tiro di sigaretta.

“Ma vaffanculo” penso. Adesso viene qui, mi chiede i documenti, devo abbassare il finestrino, sudare, fare il gentile… tutti i miei pori sono pronti a piangere singolarmente la loro goccia acida, di sudore.
Il vigile in tenuta estiva passa in rassegna gli abitacoli, come in cerca di una via d’uscita di un intricato labirinto, viene verso di me, e prima o poi ci arriverà. Molto in fretta. Sta cercando qualcosa, qualcuno. Quarant’anni e una barba selvaggia che richiama isole deserte da colonizzare. I Gotan Project sputano il loro ramingo dalle mediocri casse della mia utilitaria, cercano di combattere i potenti watt della Mercedes decappottabile che ho di fianco. Ad ogni finestrino il vigile gesticola. E’ in collera e poi smette. Gestacci, urla e parolacce. In Delirio. Squilla il telefonino, lo incollo al lobo. Lei mi aspetta a casa, la vorrei nuda adesso e pregusto una fellatio straordinaria prima di cena, che succhi via la stanchezza di milioni di momenti d’attesa come questo. I diciotto anni, la prima volta, l’ingresso nel mondo del lavoro, auspicato da chi voleva io uscissi, e finalmente lavassi il loro peccato originale. Sono un figlio, poi ho atteso il motorino, la macchina, sono sceso in piazza quando la mia squadra ha vinto lo scudetto. Non c’era Moggi allora. I motorini flirtano con l’asfalto bollente. Liberano rabbia alzando nuvole di polvere.
La radio passa Morgan ora. Fa il fico e pizzica il piano “Ho deciso di perdermi nel mondo, anche se sprofondo, lascio che le cose, mi portino altrove, non importa dove”.
Ho voglia di fuga. Di vacanza. In tutti i sensi. Tocco a tempo i freni guardando curioso dallo specchietto retrovisore quello dietro di me che tenta di decriptare il messaggio. C’è un vigile. Entra in un panico fisiologico, isterico, continuativo.

Mi bacio le dita ad ogni tiro di sigaretta.

La vita non è un attimo. E’ molto meno. 80 per cento di H2O e il resto CO2 direttamente nei polmoni. Pressurizzato. L’unica cosa gestibile è l’aria condizionata. Ho voglia di bere. Acqua. Grazie. L’aria calda batte sull’asfalto e partono lieder vaporosi che si alzano a metà del mio finestrino.
Mi lamento del fumo dell’auto davanti, della puzza che i gas di scarico producono, piuttosto che imboccare una qualunque alternativa. In fin dei conti uso la disonestà intellettuale per, ad ogni passo,tradirmi, per stress, noia o poco amore per me stesso.
Il vigile in tenuta estiva con le maniche corte della sua camicia bianca, il cappello ed i pochi gradi sulle spalle avanza a passo deciso.
Tutti vogliono violentare l’evento, vedere. Spiare.
Mi guardo intorno, per assicurarmi che non stia cercando proprio me.
Sulle lenti a specchio del mio vicino si apre una macchia scura. Un suono. Un rumore di lamiere e plastica. Crash. Avrà siennò quarant’anni ed una barba selvatica che fa caldo solo a guardarla. La sua figura diviene più nitida man mano che oltrepassa le auto davanti la mia.
Non sono in uno dei miei classici pomeriggi spumeggianti. Avrei bisogno di una doccia, un Martini, un’altra sigaretta. Le mani sul pianoforte. Grazie.

Mi bacio le dita ad ogni tiro di sigaretta.

Mi arrivano suoni indefiniti. L’orizzonte è un ponte tra terra e luna su cui dorme il cielo. Dagli abitacoli davanti a me la gente sciama, si aggomitola in folla. In macchina, nel traffico della sera, sui viali dopo una giornata di mare, musica che scorre e la Lei a fianco che si china su di te, ti prende, ti strizza, lavora. Sesso.
Vorrei ancora chiamarti amore, vorrei ancora bere la tua acqua, perdermi nell’intreccio dei tuoi capelli, senza arrivismo né spacciandomi per qualcosa che non sarò mai.
Il muro tra me ed il policeman si sta assottigliando. Una calma bugiarda e falsa mi rasserena.
Mi recito una vecchia poesia imparata al liceo per l’occasione di una interrogazione: sempre caro mi fu quest’ermo colle. Mi rilassa sapere qualcosa.
Controlla la targa come se fossi l’unico ad averla, la parla tra le labbra. Posso leggere precisamente la mia targa dal suo labiale in un rallenti straniante.
Allungo la mano sulla spalla sinistra, voglio assicurarmi di avere la cintura. Velocemente faccio mente locale. Bollo: pagato. Assicurazione: pure. Patente: nel portafoglio. Due punti in meno ma non è un reato. Non lo era, fino stamani almeno. E allora su cow boy, fai il tuo sporco lavoro e chiedimi tutto. Non corro pericoli. Risponderò.
Toc Toc Toc
“Scusate”
Toc Toc Toc
“Ha i fari accesi.”
Mi sento sfocato, con la mente svuotata. Ho fatto spazio, adesso mi posso voltare alla mia sinistra e vedere se l’immagine del demone bellicoso se n’è andata.
Charles Bronson mi guarda torvo. Come un corvo aggiungerebbe Capossela. Torvo. Anche se io preferisco “Camera a Sud”. E intono tra me e me il ritornello “Sud fuga dell’anima, tornare a sud di me, come si torna sempre all’amor, vivere accesi dall’afa di Luglio, appesi al mio viaggiar, camminando non c’è strada per andare, che non sia di camminar”. Fenomenale. Ripenso a Viterbo, alla schizofrenica che era lì con me anni prima, a Ganz che segna scartando il portiere.
È lì da un bel po’ che aspetta. Avrà certamente bussato con le nocche altre volte. Non posso sentirlo. Mi scusi, avevo da fare cose più importanti. Sovrappensiero.
Un colpo di tosse e tutta la soprafazione e l’impotenza di fronte a lui mi assale.

Mi bacio le dita ad ogni tiro di sigaretta.

Isterici inscatolati nelle macchine lavate, sgrassate da tutti i peccati del mondo, collassiamo in sudore e l’aria condizionata c’asciuga bene.
Davanti a me c’è una mula coi ricci. E’ furibonda o disperata. In preda ad una nevrosi isterica. Spreca urla. O magari balla soltanto e colpisce il volante con violenza. La musica. I metallica. Capisco. Giustifico.
“Che sta cercando agente? Ha mai beccato un corriere della droga proveniente direttamente dalla Colombia, uno scagnozzo della mafia, un barbone ubriaco, un extracomunitario clandestino, uno spacciatore, uno scafista senza il suo motoscafo, ha mai punito un’illecito?”.
Il cellulare comincia a vibrare. Da sempre ho il silenziatore. Più discreto quando la tua donna ti chiede continuativamente “chi, come, quando e perché”. Tanto cosa hai da nascondere. Niente. Ma è proprio questo il problema. Lo sai che non ho niente da nascondere. Perché indaghi?
Così taglio la testa al toro.
Guardo le macchine, il cellulare incollato all’orecchio. La gente è talmente inscatolata ,si frantuma. Non l’hai mai guardata bene vero? Non è come fissarla. Attento, se la fissi non la guardi bene. Chiudi gli occhi e senti la folla sgretolarsi nell’orecchio. E’ come te.
Game Over. Insert coin. Insert coin. Insert coin.
Con un altra moneta e puoi divertirti come si deve.
Fine collegamento.
Call me. Again. Again.
Rilascia l’aria ora. Guardalo.
Non è una bella visione, ne sono consapevole, ma anche lui ha certamente visto giorni migliori. Mi piacerebbe sentire la temperatura del guardrail di ferro. Almeno risveglierebbe qualche senso.
Sento l’irresistibile voglia di provocarlo. Vorrei rovistare nel cassetto delle monete e fargli l’elemosina. È esasperante attendere la sua risposta in mezzo a tutta questa confusione buffa e muta d’intorno.
Mi scruta senza rabbia, con la comprensione che si dà agli imbecilli, con lo stesso tono neutro che, ne sono sicuro, avrebbe usato con un pappone o con una zoccola a pagamento dell’Est.

Mi bacio le dita ad ogni tiro di sigaretta.

“Che casino, eh?, sembrerebbe un incidente mortale”. Sembravamo amici da una vita. Quasi mi dà di gomito. “C’è qualcosa nell’aria che non mi piace molto, mi sento un caffè ristretto in una tazzina enorme”. Mi impegno a rimanere concentrato.
Sirene gridano. Mi aiutano a visualizzare ciò che accade dritto davanti a me. Dieci metri più avanti. Proprio dritto. Oltre il semaforo lampeggiante del vialone, qualcuno traccia linee bianche sull’asfalto e mette cartelli di segnalazione. Uno due tre quattro. Numerano pezzi di plastica e calcolano frenata e potenza dello scontro. Un corpo sanguina appeso per la testa in un lunotto posteriore di una BMW bianca. Tutto normale. Ora lo porteranno via.
Il nervosismo sembra scemare. Siamo uomini sull’orlo di una crisi di nervi. “Questa città mi fa sentire in prigione. Ha un fazzoletto per caso”. I suoi occhi attraverso le lenti scure hanno il peso dell’insonnia. Stanotte avrà finito le capsule di sonnifero, mi dico. “Senta”, e tira fuori dal taschino un foglio lercio, scritto a lapis. Si toglie il cappello, si mette gli occhiali sulla testa. “L’ho scritta per”, e mi guarda, “vabbè lo sa benissimo per chi l’ho scritta”.
Si china e si avvicina al finestrino. Ha gli occhi grigio metallo che ogni tanto strizza per un piccolo tic. Un autobus in piena solitudine sfreccia nell’altra carreggiata. Un movimento di pochi secondi che lascia la coda degli occhi impregnata di arancia di Sicilia misto a un profondo tedio. Sono sicuro che fosse vuoto. Vecchietti in gita pre- organizzata. Nemmeno l’ombra. Fanculo. Non uscite nelle ore più calde della giornata, andate al mare, godetevi la vita. Facile a dirsi. Fanculo. Due ruote gigantesche ad impegnare la linea di mezzeria. Il vigile con la testa dentro il mio finestrino, ormai, mi dà di gomito.
“Della creazione, i passi sono stati dimenticati. La tua voracità è un pilota automatico nella rete del mutismo di macchine regine, un carteggio limitato. Abbiamo emulato l’uno la terapia dell’altra, scambiato vacanze fisiologiche trovandoci vulnerabili nella gabbia meccanica continuativa, nel disturbo perpetuo di cervelli accessoriati, nello spazio ignifugo senza assenzio. Un’astronave non può più bastarmi per raggiungerti. Non alieno immobile ma squallido alienato esistenziale”: questo il testo del foglio lercio scritto a lapis. E’ completamente andato, penso. La schizofrenia viene a farti visita e non sai chiuderle la porta in faccia. Tutta la città ti entra in gola, soffoca i tuoi organi, nevrotica e imbecille, maleducata. Il sapore è quello dell’olio bruciato, assenzio moderno direttamente dal tubo di scappamento.

Mi bacio le dita ad ogni tiro di sigaretta.

“Ti ha già parlato?” dice Elisabetta dall’altro capo.
Voce dallo spazio. Un attimo. Prendo tempo. Nebbia. Solitudine.
Ora capisco perché voleva sempre che mi travestissi, Carnevale o meno, da poliziotto. La divisa la eccitava. Ma anche lui, da quello che potevo vedere, aveva preso una bella rumba.
“Appena usciamo dall’ingorgo ti offro una birra”. Lo vedo annuire con la testa bassa.

Sarà stato Internet, la rete, le strade virtuali in un viaggio senza andata ne ritorno. Ultimo capro espiatorio postmoderno. I tradimenti diventano facili. Basta pensarli per crearli. Come un irrefrenabili impulso allergico che non riesci a bloccare, come un semaforo rosso e non riesci a frenare, persi, col pilota automatico, nello stesso traffico. Guardo l’orologio.
A settanta all’ora.
Ho scoperto i tuoi tradimenti.
Un'ambulanza pronta ad accertare l’avvenuto decesso, parcheggia ai lati di cassonetti della nettezza differenziata pieni rigonfi… dei palazzi… Crash.
Colori misti delle teste fanno cerchio sul cadavere.
Arredano vivaci l’inferno senza tradire nessun malessere.
Mi bacio le dita.
Sognavate l’india, e i suoi fumi dolci.
Di fretta bagnarvi nel casino di un mercato affollato.
Ritorno all’origine.
Ad ogni tiro di sigaretta.
Fate pena.

 
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