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La cura
Scriptorium - Archivio BorderLine
Scritto da Francesca Bonafini   
giovedì 26 febbraio 2009

Quando abbiamo preso casa a pochi passi dalla piazza del paese sentivo i bisbigli, i commenti a voce smorzata. Ci faranno l'abitudine, ho pensato. Si fa il callo a tutto. La chiacchiera ha bisogno di novità, si stanca presto. Ha il fiato corto, la chiacchiera della gente.
Noi però, ad un certo punto, abbiamo combinato il patatrac dello scandalo. Ci siamo mica limitate.
La novità gliel'abbiamo data grossa, stavolta. Grossa come la pancia di Michela. Su quella pancia lì, altro che chiacchiere. Anatemi, insulti, bestemmie.
Le cose che hanno gli altri facile facile, noi ce le dobbiamo sudare. Stringere i pugni, andare a testa alta, fare orecchie da mercante. Che le orecchie ci fischiano forte, a noi due qui al paese.
Noi due, a poterci impalare nella piazza e appiccarci il fuoco, sai che festa.
Allora a me mi viene in mente che quand'ero ragazzina stavo sempre zitta. Questa cosa qui mi guardavo bene dal farla sapere in giro. Se la sanno in giro, ecco che poi si spaventano e mi mettono in cattività, a curarmi. Adesso mica si bruciano più le streghe, forse, pensavo. Però magari mi rinchiudono, mi mettono via da qualche parte buia e mi lasciano lì nascosta.
Allora non parlavo. Le cose mi guardavo bene dal dirle con la voce. Perché metterle in suono, le cose, è come farle esistere per davvero. A star con la bocca chiusa, invece non c'è nulla.
Una volta mi sono fatta pure un fidanzato e ho fatto contenta mia madre. Mio padre non se ne curava, tanto lui era sempre al bar.
Le faccende d'amore ci ho provato a combinarle come si deve. Altroché. Anche troppo le combinavo serie, io, le faccende: neanche ci scopavo, col fidanzato. Passavo per una ragazza d'altri tempi, che di quelle così non ce n'è più. Lui mi diceva che ci saremmo sposati. Io venivo triste al solo pensiero. Scopare sì, che avrei scopato. Ma non con lui. E una famiglia vera la volevo sì. Ma non con lui.
Però queste erano smanie che mi stavano zitte zitte nella pancia, che le sentivo forti salirmi in bocca e spingere per uscire in parole, ma io niente. Ferme laggiù, le tenevo.
Dopo però, a forza di sputare parole che non mi appartenevano, mi è venuto il voltastomaco. Meno male che tutti i giorni andavo in corriera all'università, allontanarmi una ventina di chilometri era già un minimo sollievo.
Fino a quando i chilometri non sono diventati tanti di più: sei mesi a Barcellona, progetto Erasmus.
Sollievo grosso. Grosso come la pancia di Michela adesso qua in paese, alla faccia dei beghini e delle loro sacre bestemmie.
All'università di Barcellona i professori parlavano catalano. Qualche studente straniero s'era messo in protesta, che sarebbe stato certo più semplice e comprensibile seguire le lezioni in spagnolo. Un docente allora ci ha detto: se volete le lezioni in spagnolo, andate in Spagna.
Cazzo, ho pensato. Ha ragione.
Da sempre io non facevo altro che fiaccarmi a parlare la lingua degli altri. Tanta fatica perché? Io le parole mie ce le ho dentro nella pancia. Quelle mi verrebbero facili facili. Naturali. E io niente, zitta. Mi costringevo a una lingua forestiera per fabbricare la realtà che si conviene.
Ho dovuto uscire dall'Italia per capire con che pasta volevo riempirmi la bocca.
Irene mi dava lezioni di catalano. Con lei imparavo anche a non spingere indietro le parole più fonde, e le facevo scivolare sul suo corpo sotto forma di baci. Non mi ponevo il problema più. Non ci pensavo più che io forse non ero fatta della risma giusta. Tanto l'Italia stava lontana. Bevevo i giorni come birra ghiacciata, che quando hai sete ti fa stare bene, buttarla giù. Poi mi dicevo che tanto magari la sete passa, e tutto volge al normale.
Invece niente.
Sono tornata in Italia, però non sono stata buona a strangolarmi le parole in gola.
Mio padre mi ha tolto il saluto. Forse i lazzi degli amici al bar l'hanno infastidito. Be', se non altro per la prima volta si è accorto che esisto.
Irene l'ho cercata quando io e Michela siamo andate a Barcellona per ciò che in Italia ci è negato. L'ho riabbracciata e mi è venuto da piangere. La sua città accoglieva il mio desiderio ancora una volta, adesso che tornavo con la mia donna per il sogno scandaloso di avere un bambino di cui prenderci cura.

[questo racconto è inserito nella raccolta Fiocco rosa, AA. VV. (Fernandel, 2009) - info: fernandel.it]

 
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