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Lavorare non fa per me, io voglio una vita senza regole, senza obblighi, senza tempi da rispettare. Mi piacerebbe vedere tutto saltare in aria, godere di nuove catastrofi. Per un attimo, la vita mi è parsa meravigliosa, poi sono scivolato nel solito incubo. È stato tremendo vedere la vita positivamente, anche se per un istante soltanto. Ed i miei anni trascorsi, le pene pensate e patite? Non c’è giustizia per i poveri, nessun traguardo da raggiungere e almeno un pasto al giorno da racimolare; la cosa non è sempre facile quando non c’è nessuno ad elargire la minima elemosina ed i cassonetti dell’immondizia sono stati appena svuotati da qualcuno più attento, o più lesto, o che semplicemente doveva svolgere il suo lavoro. Il tempo negato non torna indietro, intanto che le nostre vite scorrono senza preoccuparsi di noi, o di qualsiasi altro essere. Ci sono buone ragioni e cattive intenzioni, amori immortali e semplici inganni, illusioni per lasciarti disilluso, speranze sfiorate volatilizzate come bolle di sapone, troppi malvagi sentimenti, frustrazioni, sconfitte, sconfitte ed ancora sconfitte, sconfitte sempre: non c’è niente da vincere. Oggi sono vivo, è questo quello che dovrei ripetermi ogni mattina che esco dall’incoscienza onirica. Non mi riesce mai. Dov’è la agognata beatitudine? Moriamo nell’immobilità. Sarebbe troppo comodo deporre le armi e smettere di lottare, ci sono sensazioni buone ma è troppo tardi per seguire le giuste prospettive. Per quanto ci sforziamo di ricercare un minimo di gioia per ovviare al malessere che ci rosicchia più o meno lentamente, per quanto possiamo inseguire la chimera della felicità, nonostante tutto, non c’è salvezza, nessun luogo dove andare, ovunque e comunque, dentro ed intorno, la sofferenza sarà l’unica costante indelebile che ci accompagnerà nel corso del nostro cammino. Così è. Proclami esistenzialisti di momenti scuri, forse è una donna, forse sei tu, Elisa. Questo sentimento che non riesco a trarre in salvo, idee alla deriva, sconnesse ironie e dolci discorsi mentre ci sfugge sotto gli occhi la vita che abbiamo, che una è, seppure sembri così tanto, insostenibili le pene che comporta. Ho paura dei miei sogni e non riesco a prenderti per mano, la tua mano, come inafferrabile. Mi faccio avanti, ti porgo la pagina bianca e lascio che sia tu a scrivere la prima parola, quella più difficile: l’impronunciabile. Il lungo tacere dove mi sono smarrito, questa scatola chiusa senza aperture, le nuvole grigie a presagio di piogge a venire; le migliori menti sono morte ed i vivi, i vivi non sono degni di essere definiti tali. A chi narrare i miei tormenti? Come sopravvivere? La mia generazione non ha scampo, si sono estinte le prede nella nostra zona di caccia e sulle carcasse inanimi hanno eretto palazzi, palazzi sempre più alti, sempre più vicini a dio, ammazzando dio, ammazzando i suoi figli, millenni di stermini, crudeltà, leggende, ingiustizie, ripetizioni, casualità, odio. Non c’è più aria buona da respirare, le acque e le terre sono inquinate, gli animali malati; gli uomini sempre più stupidi. Chi può mettere le cose a posto? Come tornare sulla retta via? Perversioni e pregiudizi, la grande degenerazione. Come abbiamo potuto permettere questo sfacelo? Un’età si è persa, distratta, mentre guardava la televisione: devastazioni, infamie, leggerezze e vacuità. La televisione ha ucciso ogni significato, lasciandoci sotto una cascata di avvelenamento, degrado e depravazione. Si sono persi i buoni sani principi, le virtù calpestate: nessuna sicurezza, sogni inutili e dilagante sudiciume. Nessuno vuole lavorare, nessuno vuole i barboni, gli zingari sono ladri perché non hanno casa né occupazione, non si lavano e puzzano. Nessuno riesce a vedere le reali cose che non vanno. Assopimento generale, nessuna rivoluzione in vista. [brano estratto dal romanzo Dio è distratto di Gianluca Liguori, Tespi editore] |