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Il Fossato
Scriptorium - Archivio 2009
Scritto da Gianluca Morozzi   
giovedì 26 marzo 2009

È dura, pensa lui sogghignando, È difficile, è molto difficile. Bisogna ricordarsi tante cose, coprir bene la botola, segnare tutto sul taccuino, spingere il letto per coprire la botola, è una vita infernale, un mestiere difficile, pensa, e ridacchia da solo come un pazzo. E’ difficile, la gestione del Fossato.
Sta preparando il Fossato per l’arrivo di Stella. Stella, di Perugia, trentadue anni, rossa di capelli. Si fermerà due giorni. E’ stata a Bologna solo una volta, in gita con la scuola, e vuole vedere assolutamente le tegole rosse sui tetti, la villa dove Pasolini ha girato le scene più truci di Salò, Guccini, la finestrella sui canali di cui ha letto nei libri che ha scritto lui, proprio lui, l’uomo che la ospiterà in quei due giorni. Perché diciamocelo, suvvia, siamo onesti. Se una ragazza di bellezza sfolgorante, appassionata di cinema francese, di Vinicio Capossela e di Don DeLillo, se una ragazza così parte da Perugia per trascorrere due giorni a Bologna e al Fossato, è solo perché ha letto i suoi libri.
Lui continua a preparare il terreno pensando E’ un mestiere difficile, difficilissimo, una vita difficile. E ridacchia.

Il Fossato è il suo regno e la sua tana ormai da quattro anni, il monolocale che ha affittato appena gli editori hanno iniziato a pagargli anticipi decenti. I bolognesi, un posto così, lo chiamano il trappolo. Scherzando, lui dice sempre che quando se ne andrà quel monolocale lo dovranno esorcizzare.
Il monolocale è accogliente, caldo, vissuto, un sottotetto con travi a vista tipo baita, un soppalco, una libreria a far da confine tra la zona notte e la zona giorno, un armadio con specchiera accanto al letto, un terrazzo sul tetto condiviso col dirimpettaio. Che scrive, anche lui, e anche lui è in affitto. Da un altro scrittore. Pluripubblicato. E’ una factory, il Fossato, un crogiolo di creatività. Che ha toccato il suo apice quando al Fossato ci viveva anche Elena. Che scriveva, pure lei.
Tasto dolente.
Smette di sorridere, lui, se pensa a Elena. Taglia fuori Elena dal centro dei suoi pensieri, cala giù una lastra bianca al centro della testa, Elena sta al di là della lastra, Stella e i due giorni da passare con Stella stanno al di qua. Una volta calata la lastra si sente molto meglio e riprende i lavori preparatori.

Il Fossato sta al numero trentacinque di quella che una volta era la via dei bordelli, tanto da chiamarsi in modo esplicito Via Fregatette. La targa con il vecchio nome è ancora visibile, sotto la nuova targa Via del Fossato. Meno turpe, certo, della parallela e maledetta Via Senzanome. In questa zona in cui strade dal battesimo cupo si fronteggiano con toponomastiche dolci, Via Bocca di Lupo contro Via Belfiore, Vicolo della Neve contro Via Ca’ Selvatica, una zona strana, a pochi passi dai fiumi di alcol e dal brulichio vitale del Pratello. Ci sta bene, lui, al Fossato. Gli piace. Solo, da quando non c’è più (Elena) quella che ha chiuso dietro la lastra bianca, preferisce andare a dormire e a mangiare da sua madre. Così. Problemi di parcheggio, dice lui, Sirio, le strisce blu, le multe per entrare in centro.
E poi gli fa piacere andare a trovare sua madre, farle sentire che non ha lasciato totalmente il nido.
Così dice lui. Agli altri. E a se stesso.

Stella non fa in tempo a scendere dal treno, che un paio di viaggiatori dall’accento abruzzese le hanno già fatto un complimento. Non troppo fine, ma nemmeno troppo volgare. Tutti gli uomini si sentono il dovere di farle un complimento, sempre.
Stella fa un sorrisino agli abruzzesi, poi va dallo scrittore che la aspetta al binario, gli getta le braccia al collo, lo bacia colorandogli le labbra di rossetto ciliegia.
Delle sue quattro richieste, una viene esaudita prima di andare al Fossato, due al Fossato, una dopo il Fossato.
Mentre camminano per mano lungo via Indipendenza, che è inverno ma c’è il sole, non fa freddo, è una bella giornata, lui fa una deviazione giù per via delle Moline. Poi, gira a destra in via Piella. Ed eccola, la finestrella di cui ha scritto nei libri che Stella ha letto e riletto, la finestrella sul canale, lo squarcio spaziotemporale su Venezia.
Ne parlo anche nel prossimo romanzo, le dice, ma in un modo un po’ particolare, vedrai.
Davvero?, trilla lei, E perché non me lo fai leggere in anteprima?
Perché lo sto ancora correggendo, sorride lui, Sto correggendo le bozze.
E perché non mi fai leggere le bozze?, insiste lei, Sono troppo curiosa, continui a dirmi che questo romanzo è bellissimo, mica posso aspettare nove mesi per leggerlo, no?
E perché non puoi aspettare nove mesi per leggerlo?, sorride lui.
Perché tra nove mesi chi può dire cosa sarà successo tra noi?, trilla ancora lei, allegra ma saggia, Magari tra nove mesi ti odierò, magari mi avrai fatto delle cose orribili e dolorosissime, magari entrerò in libreria e a vedere il tuo romanzo nuovo mi prenderanno delle crisi di pianto, invece se me lo fai leggere adesso che sono piena d’ammooore per te, caro, non potrò che convenire sulla sua bellezza.
Ridono, lasciano la finestrella, tornano a camminare verso il Fossato.

Poi sono a letto, sotto il classico piumone, da un numero di ore difficilmente quantificabile. Come dice sempre Stella, Quando c’è un letto noi sappiamo quando ci entriamo ma mai quando ne usciamo.
Lui l’ha portata sul terrazzo, e ha risolto due richieste in un colpo solo. Le ha mostrato le tegole rosse di Bologna dal vivo, gliele ha fatte toccare, e poi ha indicato un colle sulla destra, oltre Via Saragozza, e ha detto Quella è la villa di Salò.
Ora sono sotto il piumone mentre fuori fa buio, e lei gli ha preso una mano e gli ha detto Senti, senti qua, toccami la testa.
Lui le sta toccando la testa, proprio al centro del cranio, sotto i capelli rossi.
Cosa senti?, chiede lei.
C’è una fossa, nota con stupore lui, Hai il cranio diviso in due.
Ho la testa a forma di cuore!, squittisce lei. Ridono.
E’ passata nel soppalco, prima, per uscire sul terrazzo. Ha sfiorato la botola. La botola nascosta dal letto degli ospiti. Non c’è possibilità che dica qualcosa tipo Caro, ma perché non spostiamo il letto degli ospiti che c’è nel soppalco, che voglio proprio vedere cosa c’è dietro?
A un certo punto della serata la fame li trascina fuori dal piumone. Dibattono sull’opportunità di farsi o meno la doccia, poi lei dice No, usciamo così, io ti tengo addosso e tu mi tieni addosso, lui dice Niente in contrario, ed escono così, senza lavar via i reciproci umori.
Prendono un caffè in un bar aperto fino a tardi, per riprendersi dalle fatiche del pomeriggio. Ci sono soltanto tre pensionati nel bar, oltre a loro. Stanno quasi per uscire indenni da complimenti, ma in zona Cesarini, quando hanno già pagato e hanno già detto Arrivederci al barista, uno dei pensionati col Fernet dice Giovanotto, se ci porta via la signorina qui è come se andasse via la luce!
Stella fa un gran sorrisone e per un attimo la riporta, la luce, in quel bar.

Poi sono all’osteria da Vito e hanno davanti una brocca di vino rosso, che il cameriere ha fatto capire che ordinare acqua, da Vito, è il peggiore in assoluto degli insulti. E col suo modo un po’ brusco è riuscito a fare un complimento pure lui, a Stella. Un complimento, diciamo così, interpretabile e trasversale. Nel complesso codice che regola i rapporti cliente-cameriere all’osteria da Vito, una frase come La signorina la mettiamo nuda di là in cucina che ci rifacciamo gli occhi, ecco, è un clamoroso complimento.
Guccini stasera non c’è, magari è sul suo appennino o chissà dove, e allora lui le mostra la porta di via Paolo Fabbri 43, pochi passi più in là, e l’incontro con Guccini se lo gioca così.
Peccato.
Avrebbe voluto sentire quale tipo di elaborato complimento sarebbe riuscito a inventarsi il noto cantautore, di fronte a una meraviglia come Stella.

Poi è lunedì, Stella è tornata a Perugia, lui passa tutto il giorno a scrivere il romanzo nuovo -non quello che deve uscire a fine anno, quello dell’anno successivo- a gestire il suo myspace, e a controllare su internet il suo conto bancario.
Che tutte le sue finanze dipenderanno da quel che faranno i cinematografari, da lì a metà marzo. Che lui, sul conto, ha quattromila euro. Di affitto, ogni mese, ne paga seicentottanta. E da quando ha la carta di credito compra biglietti di concerti online, prenota alberghi, paga autostrade, come se non stesse spendendo soldi ma concetti immateriali. Se lo ricorda solo all’estratto conto di metà mese, che sta spendendo dei soldi veri.
I cinematografari, per il film tratto dal suo romanzo di tre anni prima, devono iniziare a pagarlo da marzo. Se pagano quel che devono pagare, lui il Fossato se lo può anche comprare. Se spariscono nel nulla e il film non si fa e quei soldi non arrivano, lui ha tre mesi di autonomia prima di sprofondare nella miseria più nera.
Sorride, intanto che scrive il nuovo romanzo.
Arriveranno, quei soldi, pensa.
O ne arriveranno altri.
In qualche modo, pensa, se devo cadere, cado in piedi.
In qualche modo.

Martedì arriva Greta, da Lecco. Un’altra lettrice, una che lo ha contattato su myspace e che pare promettente. Si sono visti una volta sola, quando lui ha presentato il suo libro a Lecco, e sembrava che la fanciulla, come dire, nutrisse un certo interesse. Così rifà il letto, nasconde lo spazzolino di Stella nella botola insieme a un fermacapelli che Stella ha dimenticato sulla lavatrice, e va in stazione ad aspettare questa Greta di Lecco. Che ha espresso il desiderio di visitare il cineclub Lumière, di cui lui le ha tanto parlato quella volta, dopo la presentazione, mentre le proponeva una gita a Bologna.
E lui la porta al cineclub Lumière, naturalmente, a vedere un film di Buňuel che si chiama Quell’oscuro oggetto del desiderio, e dopo vanno in un’osteria del Pratello, che anche quello voleva vedere, Greta, a commentare il film.
Parlano del personaggio di Conchita, dell’idea di farlo interpretare alternativamente da due attrici diverse, una spagnola e una francese.
Chi ti piaceva di più delle due?, domanda Greta, La spagnola o la francese?
E’ una domanda difficile, dice lui.
Prova a rispondere, dice lei, Così capisco i tuoi gusti.
La francese è bellissima, dice lui, Ha questi lineamenti fini e questo corpo perfetto e questo modo di guardare in tralice e di fare quel mezzo sorriso... d’altra parte la spagnola è sensuale, terrena, ha questi occhioni e queste labbra e questo modo di scoprire i denti...
Ti piacciono tutte e due, ride lei, Tipico degli uomini, non saper scegliere.
Lui la guarda bene mentre ride, con quelle labbra invitanti che si arricciano sui denti e gli occhi densi e scuri, e parte con una delle sue tirate pseudoartistiche che piacciono, ogni tanto, alle fanciulline che frequenta.
Senti che idea per un racconto!, dice, Allora, c’è questo universo un po’ particolare in cui Dio, in pratica, è Luis Buňuel, e in questo universo, come dire, buňueliano, gli uomini non devono più scegliere, perché ogni donna che sta con un uomo è tutte le donne che a quell’uomo in particolare piace, in alternanza, come Conchita nel film, un po’ fine e aggraziata e con il modo di guardare in tralice, un po’ sensuale e con gli occhioni e le labbra carnose, e, oh, chiaro, vale anche per le donne, ogni uomo è tanti uomini fusi in uno solo, che ne dici?, non è un bel racconto?
Lei ride di nuovo.
Non ci ho capito niente, dice, Fai prima a dire che le donne ti piacciono tutte.
Faccio prima, ride lui, Ma è meno divertente.
Finiscono a letto.

Davanti alla specchiera, al Fossato, si esalta il narcisismo di Greta. Ci si specchia, si sistema i capelli, si mette in posa per vedersi meglio mentre sfodera tutte le sue arti femminili, e a un certo punto comincia a parlare con un tono basso e roco, e lui fa l’errore di dirle che gli piace moltissimo, quel tono basso e roco, così che lei comincia a parlare bassa e roca anche quando deve dare indicazioni pratiche, col risultato che le sue indicazioni pratiche si perdono in un mormorio indistinto facendogli compiere un paio di comici errori. Niente che rovini la serata, per fortuna.
Finiscono le loro interazioni coniando due neologismi, uno a testa, per definire l’atto di dormire nudi e avvinghiati sotto il piumone.
Accozzati, dice Greta, da cozza.
Koalizzati, dice lui, da koala.
Si addormentano, soddisfatti delle loro creazioni.

Il venerdì, lui deve fare una scelta di prudenza. Ha esagerato. Ha invitato al Fossato una lettrice di Prato che dal Fossato, un paio di volte, c’è già passata. Solo, il sabato e la domenica ci deve venire Sandra, al Fossato. Ora, non è un problema di tempistiche, rimetterebbe la lettrice sul treno per Prato in mattinata, andrebbe allo stadio il sabato pomeriggio, che c’è Bologna-Triestina, accoglierebbe Sandra per l’ora di cena, non è una questione di sovrapposizioni. E’ che non si sente così sicuro di poter reggere tre giorni di fila così, con due ragazze diverse. Non si sente proprio una trivella, una macchina del sesso, un instancabile pistone sempre pronto all’uso, ecco. Se passa una notte a folleggiare con la tipa di Prato, rischia di giocarsi il weekend con Sandra.
Allora si inventa una scusa via sms, con quella di Prato. Un impegno dell’ultimo momento, una penosa pantomima che gli procura i primi, sentiti e piccati insulti del 2008.
Ora può dedicarsi a preparare adeguatamente il weekend con Sandra.
Sposta il letto del soppalco, apre la botola, prende la borsa con tutte le cose di Sandra, che giganteggia accanto ai vari spazzolini e fermacapelli delle altre fanciulline orbitanti intorno al Fossato.
Perché Sandra ha una storia lunga e complessa con il Fossato, c’era prima di (Elena), è tornata a farsi viva dopo (Elena), si ferma a dormire lì spesso, e allora ha lasciato tracce della sua presenza, come a marcare il territorio. In fondo, per quanto ne sa Sandra, lei è l’unica donna a frequentare quel monolocale. Ha marcato il territorio nei cassetti, sugli scaffali, in bagno, e allora, quando arrivano le altre, tocca far sparire tutto nella botola.
Nella borsa, insieme alla roba di Sandra, c’è un taccuino. Nel taccuino lui ha annotato minuziosamente la posizione originaria di ogni singolo oggetto. Pigiama, primo cassetto in alto. Pantaloni sopra, maglia sotto. Maglietta di ricambio, reggiseni, secondo cassetto. Fermagli, calzini colorati, un paio di mutandine, terzo cassetto. Poi in bagno, balsamo, shampoo, deodorante, pacchetto di assorbenti. Sullo scaffale, la matrioska portata come regalo per lui dal suo ultimo viaggio.
Voilà.
Ora la casa è di nuovo in versione-Sandra. Basta rovistare accuratamente nella spazzatura per cercare tracce di preservativi, eliminare capelli di colore sospetto dalla doccia e dal lavandino, e la casa è pronta per il weekend.

Si rilassa un po’ sul divano, in attesa di mettersi a scrivere l’ennesimo racconto per l’ennesima antologia. Un’antologia sui Dik Dik, questa volta. Cosa scriverà mai sui Dik Dik? Un racconto umoristico, sul più grande fan dei Dik Dik che subisce angherie dai membri del gruppo? Un racconto futuristico, con i cloni dei Dik Dik dell’anno duemiladuecento? Un racconto d’amore con la colonna sonora dei Dik Dik?
Gli viene in mente che devono ancora pagarlo per quell’altro racconto, quello che ha scritto per l’antologia su Jerry Lewis. Duecento euro, devono dargli. Pochi, se quelli del cinema a marzo lo pagano. Tanti, in caso di miseria nera.
Pensa a tutto, pensa ai Dik Dik, ai duecento euro, a quelli del cinema, pur di non alzare la lastra bianca dietro la quale c’è un nome
(Elena)
tenuto lontano dai nervi ancora scoperti.
Pensa che, visto da fuori, tutto il suo brulicare intorno alle Sandra e Greta e Stella e il suo togliere e ficcare oggetti nella botola potrebbe sembrare solo un patetico tentativo di dimenticare quella storia, quella là, quella che lo fa sentire come se mordesse un sacco di iuta. Un po’ è così, si dice, ma non esageriamo. La verità è che un po’ gli piace, dividersi tra le varie Sandra e Stella e Greta. E’ la sua natura. E’ compulsivo.
E mentre pensa a tutte queste cose, gli viene l’idea per il racconto sui Dik Dik
Si alza dal divano.
E, come sempre, sotto le tegole rosse, mentre poco lontano tintinnano i bicchieri del Pratello, accende il computer e incomincia a scrivere.

 
< Prec.   Pros. >
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