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Ritorno al materialismo
Osservatorio - Archivio 2009
Scritto da Carlo Corsale   
lunedì 30 marzo 2009

Una delle accuse lanciate verso l’epoca che viviamo è quella di aver prodotto un uomo dipendente dalla materialità.
Se inevitabilmente questa è una conseguenza della secolarizzazione, altrettanto vero è che quotidianamente siamo bombardati da una serie di stimoli al consumo: siamo quindi sollecitati a confrontarci, quando non a subire, un rapporto con la materialità (anche spicciola) in ogni frangente della nostra esistenza.
Quindi secolarizzazione da una parte, che attiene al rapporto con il trascendente, per cui l’immateriale per eccellenza; e dall’altra parte consumo e consumismo, quindi esaltazione della materialità.
La riflessione che ci sorge spontanea nell’osservare il quotidiano è però in antitesi con quanto detto sopra.
La crisi che attanaglia l’economia mondiale da dove trae la sua origine?
Dalla depressione in seno alla cosiddetta economia creativa, quella che non necessita di scambio reale, ma lo sostituisce con una serie di passaggi virtuali, da un capo all’altro del pianeta.
Siamo quindi di fronte ad una nuova forma di scambio, quello che si muove sulle reti, vale a dire quelle maglie che legano i diversi istituti finanziari i quali si riconoscono come pari, in un gioco di fiducia reciproca. Tale fiducia viene però minata nel momento in cui il consumatore esce dagli schemi, rinunciando a chiedere credito, quando non rinunciando a pagare il suo contributo mensile.
Sono state sufficienti le crisi di alcune banche statunitensi per mandare in corto circuito l’intero panorama mondiale a livello economico.
Ciò che ci fa riflettere però è la dimensione fisica di questa crisi: milioni di persone nel mondo sono vittime di una crisi che non ha dimensione, non ha forma né un volto. Non è tangibile, è sfuggente.
Si tratta pur sempre di denaro, potrebbe obiettare qualcuno. Ma di quale denaro stiamo parlando?
Quello che tocchiamo, magari andando a comprare il pane, oppure quello che si muove nei binari delle reti finanziarie, tutto legato a norme di riconoscimento interne al sistema, il quale probabilmente, nemmeno esiste, né è mai stato stampato?
La verità è che abbiamo superato anche la fase del materialismo, non abbiamo più a che fare con un’epoca materialista, con una società materialistica con obbiettivi di tipo tangibile. Ogni espressione dell’epoca in cui viviamo è ormai legata all’immateriale, a ciò che non è tangibile.
La crisi finanziaria è l’elemento che maggiormente salta all’occhio perché tocca la condizione di sussistenza del cittadino, ma se ci spostiamo sul piano dei valori non succede diversamente.
Quelle che vediamo proiettate sul web, sulla televisione sono immagini di realtà inesistenti, parallele, intangibili.
Sovente ci si indebita andando a chiedere un prestito per inseguire questi sogni, che di reale non hanno nulla. Poiché non esiste una vita capace di regalare sorrisi a 36 denti quotidianamente, non sarà mai possibile per una ragazza brutta divenire la più bella del reame e non sarà mai e poi mai possibile andare a lavoro facendo un safari sul fuoristrada a 5 stelle.
Recentemente un amico ci suggeriva, davanti ad una birra, che la nostra è la crisi del superfluo: è la crisi di coloro che hanno deciso di chiedere un prestito per avere una macchina più bella, più grande. Per inseguire il sogno di una realtà che non esiste.
Tremenda verità questa. Siamo condizionati da stimoli che ci proiettano verso l’irrealtà. Verso ciò che non possiamo essere, verso ciò che non ha senso essere.
Paradossalmente ci verrebbe da rimpiangere il materialismo, quello legato quantomeno al tangibile, poiché in qualche modo espressione di un limite. Già limite, confine, argine. Concetti sconosciuti in questa democrazia dell’essere, dove tutti credono di poter essere tutto, ma aspirano al niente, in un gioco paranoico alla rincorsa di modelli irraggiungibili. E così come gli uomini rincorrono sogni irrealizzabili, la finanza continua a muoversi su binari incontrollabili.
Sono recenti le espressioni dei più importanti capi di stato i quali intendono aiutare le banche, con i soldi pubblici, per farle uscire dalla crisi. Anche la rivoluzione targata Obama negli Stati Uniti è iniziata sotto questa bandiera. Alla faccia della novità. Alla faccia dei sogni!

 
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