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Peril resto chiedete a Pennac
Café Librario - Archivio
Scritto da Giovanni Curreli   
mercoledì 15 aprile 2009

Autore: Erwin De Greef
Titolo: Per il resto chiedete a Pennac
Editore: Coniglio editore, Roma 2008
Pagine: 62

Un racconto lungo più che un romanzo, solo 62 pagine alla fine, del quale non rimane nulla da chiedere a Pennac. Non perché dica “Tutto” ma perché dice “tutto quello che c’era da dire”.
Erwin è un ragazzo che come la contemporanea generazione che va dai 20 ai 40 anni deve fare i conti con la precarietà. Precarietà che non riguarda solo il mondo del lavoro ma che invade anche altri campi della nostra vita, la sfera affettiva per esempio, ma questa precarietà è probabilmente una precarietà senza tempo e dunque ecco le donne: prima Maria Carmela, un personaggio di bell’aspetto ma di memoria Bukowskyana che beve, fuma e sputa come una scaricatrice di porto e che tuttavia genera nel protagonista un’inspiegabile affinità, poi arriva Patrizia che è un porto più sicuro di Maria Carmela, che al massimo rappresentava uno scoglietto in mezzo al mare, ed un equilibrio sembra più vicino.
Ma la stabilità non è certo funzione di una sola variabile ed ecco l’ancestrale scontro generazionale con la famiglia rappresentata per l’occasione quasi da un teatrino in cui ognuno ha la sua parte, entrano così in scena Erwin il figlio degenere, il padre rompicoglioni e la madre, una donna dalla personalità nulla e fragile il cui unico ruolo è spalleggiare il marito.
Ma Erwin vive il tutto in maniera abbastanza spensierata in un misto di ingenuità e genuinità, e così nonostante la pressione familiare lo spinga verso una carriera scolastica orientata verso Medicina o Giurisprudenza lui sceglie Lettere ed un futuro povero di certezze.
Così come incerto è ogni lavoro che Erwin trova per tirare avanti. Dal vendemmiatore allo scaricatore, dal commesso in libreria al segretario didattico per finire coll’immancabile avventura del “pollo d’allevamento” in un call center. È qui che il racconto tocca i temi più importanti: il lavoro non è più una certezza ma una trave sospesa su un baratro su cui reggersi con equilibrismi da trapezista, uno scenario talmente mutevole da vivere quasi con distacco, perché vivendo il disagio del lavoro con profondità si rischierebbe di non aver tempo di godere nemmeno un poco della vita, ed Erwin trova continuamente un motivo, spesso futile e banale, per rallegrarsi; vivendo solo pochi attimi di sconforto quando si scontra con la realtà del licenziamento o con la prospettiva dello “studente perpetuo” che non riuscirà mai a buttarsi nel mondo del lavoro prima di avere ottenuto una marea di pezzi di carta tra diplomi, lauree, specializzazioni e abilitazioni.
Ma dove sarà il giusto approccio al mondo del lavoro? La passiva accettazione di lavori composti da processi iper-alienanti con la quotidiana attesa della campanella che indica la fine della giornata lavorativa, o la illusoria speranza di trovare piccole soddisfazioni che rendano più leggeri anche lavori dove le motivazioni personali siano mortificate?
Forse questo ci rimane da chiedere alla fine del racconto, ma non penso sia Pennac il più indicato a darci una risposta.

 
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