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Ribaltamenti
Osservatorio - Archivio 2009
Scritto da Giovanni Curreli   
lunedì 06 aprile 2009

Pensate ad una mano. Una mano piccola, all’apparenza pulita, unghie curate e nemmeno un anello. Pensate a quella mano che vi si infila in bocca, in maniera quasi indolore, è una mano viscida che si inoltra per la vostra gola, sfiora l’ugola provocandovi un leggero fastidio e continua imperterrita: faringe e giù per l’esofago, lo sentite rigonfiarsi, la mano lo riempie e lo percorre fino alla fine, provate quasi un sollievo quando quasi come un tappo che viene tolto, la mano finisce nello stomaco, si apre ed inizia a frugare cercando il varco verso l’intestino, una volta trovato ci si ficca dentro e comincia ad infilarcisi: prima viaggia nel tenue prosegue per il crasso e conclude la sua corsa nel retto. Appena fuori vi aggrappa e vi tira ripercorrendo all’inverso tutto il suo tragitto. Vi sentite come in un’implosione ma sono solo pochi attimi, la mano vi ha ribaltato e ha messo a nudo tutti i vostri organi e le fasce muscolari, ora la mano è fuori, non è più dentro di voi ma allo specchio avete una nuova versione di voi.
Il problema principale è che quella nuova versione di noi non è stata da noi voluta, è stata indotta.
Forse non sembrerà così, ma l’allegoria della premessa va a ri-incorciare i nostri destini nei vari ribaltamenti indotti che condizionano la nostra condotta di vita; il tema di moda adesso è indubbiamente la crisi economica ma, generalizzando, in ogni periodo di congiuntura economica negativa sono innumerevoli gli appelli all’espansione dei consumi, vista come unica possibile via d’uscita dalla recessione economica. Il ribaltamento sta dunque nel ruolo dell’economia che, da variabile -potenzialmente risolutrice di alcuni conflitti- diventa fine, punto d’arrivo. Sembra quasi che se l’economia va bene tutto il resto segua a ruota. Purtroppo non è così, i continui richiami allo scialacquamento del nostro stipendio non risolveranno una crisi che è prima di tutto una crisi di valori, la stimolazione dei consumi e degli acquisti inutili non faranno altro che allungare la vita (in una sorta di accanimento terapeutico) ad un sistema e ad una visione, quella della crescita infinita, che si sostiene proprio sulla soddisfazione dei vizi e non più solo dei bisogni né dei desideri. Un sistema alla continua ricerca dell’elisir di lunga vita, del segreto dell’immortalità che non troverà mai né nella tecnologia, né nelle funzioni di utilità economica. Si mettano l’anima in pace la gran parte degli economisti e dei capi di governo, l’unica ricetta per uscire dalla crisi è la ricerca della sobrietà che è suggerita dalla decrescita piuttosto che dalla crescita infinita. La sobrietà in contrapposizione alla vacuità proposta dal consumismo sistematico che cancella ogni parvenza di relazionalità che anche nello scambio potrebbe esistere, ma non certo nello scambio economico almeno come attualmente è inteso.
La sobrietà contrapposta ai modelli proposti dalla tv, ecco un altro ribaltamento: non credete a chi dice che i reality-show sono, in fin dei conti, uno spaccato della società. Nei reality, e nella tv nella sua totalità, vengono continuamente proposti dei modelli, dei miti (inarrivabili); è la tv a dettare i nostri comportamenti, certo è possibile prendere un’altra strada, ma il condizionamento è quasi inevitabile se la si tiene accesa. E guarda caso il modello proposto preme l’acceleratore verso il consumo incondizionato, verso il “lusso di massa”, verso uno status raggiungibile solo a patto di stare continuamente al passo con le mode, chi si ferma è obsoleto, superato, out! In una società sobria non è vietato comprare una bella scarpa, ma nella società dei consumi una scarpa va comprata anche quando non ci serve, anche quando non ci piace, perché se alla maggioranza aggrada, questa sarà il grimaldello per il nostro legittimo ingresso in società.
Ci sono altri ribaltamenti che imporrebbero un’inversione (stesso discorso fatto con l’economia potrebbe, infatti, farsi per esempio con la tecnologia) e qualcuno penserà che questo sia possibile farlo con la politica. Purtroppo però ci troviamo davanti ad un altro ribaltamento, se fossero i politici a fare la politica ci sarebbe perlomeno una strada da percorrere, ma il sospetto è sempre più che sia il sistema politico a plasmare su posizioni sempre più coincidenti politici di ogni estrazione rendendo impossibile una chiara inversione di rotta perché ogni corpo estraneo al sistema viene buttato fuori: il dubbio è stasi e quindi perdita di tempo, il dissimile è dannoso, il nuovo è eretico. È come se un corpo malato non accettasse di far entrare degli anticorpi perché soddisfatto della propria malattia.
Questa non è certo una giustificazione al lassismo al fatalismo o all’inerzia, ma la convinzione che il cambiamento dell’attuale sistema politico, economico e culturale vada trasformato con impulsi che arrivino fuori dagli schemi e dalle strutture istituzionali già esistenti. Questo è piuttosto un richiamo alla partecipazione e alla consapevolezza, alla riappropriazione del nostro futuro, un invito a ridiventare artefici del nostro destino. Opìfici.

 
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