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Scuola guida
Scriptorium - Archivio 2009
Scritto da Dora Albanese   
venerdì 03 aprile 2009

A Renzo Paris, che legge ad alta voce


Ha gli occhi chiari, la sclera pare travolta totalmente dall’iride celeste, come l’inverno travolge l’estate.
Le ciglia lunghe e assottigliate raccolte a gruppetti come quelle truccate delle attrici americane degli anni cinquanta non hanno grumi di rimmel, anzi si estendono e si attorcigliano l’una all’altra naturalmente.
Anche il suo sguardo è naturale: basso e calmo; non le ho mai visto negli occhi un istante di furore, mai un sentimento imprevisto.
La invito a sedersi in macchina al mio fianco; non so ancora nulla di lei, né il suo nome né tantomeno il suono della sua voce; e non resisto, quel silenzio mi mette in agitazione.
Prima di sedermi in macchina porto la mano in tasca e peso le monete tra le dita, senza tirarle fuori: basteranno per un caffè penso, mentre il rumore del metallo che si scontra nei miei pantaloni attira il suo sguardo, che solo per un attimo si alza.
Dovrei iniziare la cura per i capelli, a ventotto anni non posso avere questa stempiatura, me lo dico sempre quando mi sento osservato, e lei per un attimo lo ha fatto, mi ha guardato.
Dovrei pure iniziare a parlarle, a dirle qualcosa, dovrei presentarmi, o forse dovrei solamente mettermi in macchina e lasciare che il tempo passi.
Il suo profilo appare incontaminato dalla luce, sembra la respinga, mentre il vuoto che ha in gola, quella conca che unisce un tendine e l’altro, e termina come in una pozzanghera d’acqua poco prima del petto, pare risucchi tutti gli eccessi di carne, e la conservi in una costante magrezza; al contrario di me invece, che ho la pappagorgia. 
Accendo la radio, metto il volume a ventiquattro, Fausto Pappetti suona in una versione rivisitata, la colonna sonora del film Anonimo Veneziano.
Mi emoziona ascoltare questa musica con lei; già la mia mente sogna figli e nipoti, una villetta unifamiliare e un conto in banca cointestato.
“Dunque oggi le spiegherò come utilizzare frizione e freno, l’acceleratore domattina invece.”
“Bene” mi dice.
Ma bene non va, le vorrei chiedere di sposarmi, di vivere con me, di avere tanti bambini e pure un cane di nome Rolf; perché Rolf era il cane della buonanotte, che si presentava ogni sera nella campagna di mia nonna dove vivevo. Sedeva sull’ombra che l’armadio creava a terra - quella che mi faceva così tanta paura quando le luci venivano spente - abbaiava un po’ per dirmi di stare bene, e poi chiudeva gli occhi e prendeva a dormire, mentre il suo respiro mi faceva compagnia, come fosse una favola.
Mia nonna non parlava mai, o almeno non ha più parlato da quando mia madre è morta investita da una macchina.
Mia madre era bella e bianca. Sì, il suo corpo, la sua pelle erano bianchi, di un biancore solenne, sarebbe dovuta morire solo per questo; l’ho capito da subito che era destinata al cielo.
Avevo cinque anni quando mi lasciò la mano e cadde a terra, proprio davanti la casa in campagna.
Mio padre invece morì appena nacqui io.
Di lui mi dicono tutti cose belle, e mi dicono che il suo sorriso è tra i miei denti e che le sue mani sono tra le mie mani, grandi e forti.
Ma io non sono forte, ho sempre avuto paura di morire; ho la pelle sempre più bianca.
“Metta in moto” le dico.
“Sì… giro la chiave” risponde concentrata.
“Esatto… frizione e freno… non si preoccupi, io ho i pedali anche sotto i miei piedi… tranquilla… frizione e freno” la incoraggio.
“Vado… ”.
Con sicurezza gira la chiave, aggrinza gli occhi e mette in moto, e lo fa come se in quel movimento esistesse tutto ciò che finalmente le apparirà chiaro e risolvibile, tutto ciò che le potrà appartenere, la fretta e la libertà di guidare per le strade non del tutto asfaltate con la musica nelle orecchie e quella sensazione di vita ferma nella pancia, che è paura ma anche desiderio, e poi il lavoro la casa e i figli.
“Bene, è stata brava… non stia così vicina al vetro però… si rilassi, poggi la schiena al sedile” le parlo mentre osservo il sole che viene lentamente risucchiato dai monti.
Poggia la schiena al sedile senza parlare; si allontana dal finestrino e continua a guardare diritto; è così concentrata che l’iride sembra abbia totalmente invaso adesso la zona bianca.
“Dunque proviamo ad inserire la prima” le dico, e poggio la mano sul cambio.
Lei fa lo stesso. Poggia la mano sulla mia, senza dire niente, e partiamo.
Eccolo, c’è anche Rolf che mi è venuto a trovare; è sul cruscotto e mi dice di stare bene, poi prende a dormire e il suo respiro oggi mi racconta una favola diversa; e io sto bene… benissimo.
Sono io che guido adesso, e lei poggia i piedi sui pedali ma non li muove, ha affidato tutto a me, distende lo schienale e si addormenta così, mentre Rolf mi sorride e continua a dirmi di stare bene.
“Alzi il piede lentamente dalla frizione e poi spinga delicatamente l’acceleratore.”
“Sì… ci provo.”
“Potremmo darci del tu?” le chiedo.
“Se per lei è importante diamoci del tu…” mi risponde distrattamente, come se la cosa non le riguardasse.
“Posso sapere come si chiama?”
“Mi chiamo Simona, ma per tutti sono suor Benedetta.”
Ho la punta del naso ghiacciata, il finestrino un poco aperto mi porta il raffreddore, e fracasso alle orecchie, penso di non aver capito chiaro, allora glielo richiedo, e lei mi risponde esattamente come prima.
Rolf adesso è fermo sullo sterzo, anche se lei non lo vede e continua a muovere i piedi.
Stai bene mi dice il cane, ma non riesco, non ce la faccio a stare bene.
“Suora… lei… cioè tu sei una suora?”
“Sì perché?”
“No… è che sei così giovane… e così bella… io non credevo…”
“Perché le suore devono essere per forza brutte e barbute?”
Ma io volevo cointestarti il conto corrente Simona suor Benedetta.
Rolf mi dice di stare zitto, di non dirle niente; ha gli occhi gonfi come quelli che si vedono nei cartoni animati .
La suora mi guarda, ha il fiato che scandisce i battiti del suo cuore, e forse anche del mio; già la vedo con la tunica nera e i capelli nascosti, già la vedo spettro dagli occhi azzurri.
Rolf mi guarda e mi dice che non devo avere paura, che lei è solo una donna e non uno spettro.
“La prima svolta a sinistra… c’è una discesa” le dico freddamente, mentre richiudo i miei sogni in quell’armadio che di notte mi metteva paura, e non tiro fuori nessun abito da cerimonia; mi guardo gli occhi allo specchietto retrovisore, e vedo mia madre e la sua pelle bianca.
Sei il mio angelo custode - le dico - io non ho paura di te mamma, pace all’anima tua.
Ho la pelle bianca e le mani grandi di papà, siete in me e con me, Amen.
“Tu, come ti chiami?” mi chiede la suora.
“Lello” le rispondo intontito.
“Lello… che nome strano, ed è il diminutivo di…”
“Raffaello.”
Continuo a risponderle come fosse arrivato il Giudizio Universale.
Non mi mandare all’Inferno, mia madre è morta ma non l’ho uccisa io… ero troppo piccolo per salvarla… perdonami ti prego.
Rolf continua a dirmi di stare zitto e respira forte, per tranquillizzarmi, ma la sua favola adesso non la capisco.
“Cos’hai Lello… ti vedo un po’ pallido” mi dice lei guardandomi negli occhi.
“No… niente, è che sono stanco: sai, stare sempre in macchina. Ma tu quanti anni hai?”
“Ventitré… perché?”
“No… così… mi fa strano chiamarti suora quando ancora hai nel viso i giochi di una bambina. Ma non ti manca niente della tua vita di prima?”
“Forse solo la mia famiglia che è rimasta a Messina.”
Ti avrei fatto vivere in una villetta unifamiliare Simona suora Benedetta.
“Sai… mi sarebbe piaciuto offrirti un caffè…” le dico.
Lei ride e poi mi dice che le suore possono bere il caffè; anche se quel caffè non ha più nessun senso, e quel rumore di metallo nelle tasche mi infastidisce solamente.
Avrei voluto offrirti confetti bianchi.
Intanto la macchina si è spenta, poco prima della discesa; io ho lasciato i pedali e lei è libera di riaccendere e di andare a sbattere contro il muro, sono io adesso nelle sue mani sante.

 
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