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Autore: Alessandro Campi Titolo: La destra in cammino. Da Alleanza nazionale al Popolo della libertà Edizioni: Rubbettino, Soveria Mannelli 2008 Pagine: 322
Tra i partiti della ex Casa delle libertà, Alleanza nazionale è indubbiamente quello che ha aderito con maggiore convinzione – insieme, com’è comprensibile, con Forza Italia – alla cosiddetta “rivoluzione del predellino” di Berlusconi, ossia al varo del partito unico di centrodestra (il Partito della libertà), di cui si parlava da tempo e la cui realizzazione ha subito un’accelerazione in seguito alla nascita del veltroniano Partito democratico. Gli altri principali partiti della coalizione, Lega Nord e Udc, hanno preferito, almeno per ora, correre da soli. Dopo una iniziale irritazione, comune a tutti gli alleati, per le modalità sbrigative e “decisionistiche” adottate dal Cavaliere e la creazione di un’effimera Alleanza per l’Italia, Fini e i suoi “colonnelli” non hanno opposto alcuna obiezione di principio all’iniziativa sostenuta, in particolare, dai cosiddetti “berluscones” (La Russa e Gasparri in primo luogo). La ragione di tanto entusiasmo va probabilmente ricercata anche nelle difficoltà incontrate dal partito nato dalle ceneri del vecchio Msi nel darsi un plausibile volto politico-culturale (di cui sono testimonianza i ricorrenti dibattiti interni relativi a questioni identitarie) e nella sensazione, non infondata, che An avesse esaurito la sua parabola. Il senso politico di questo partito può essere riassunto nell’aver reso reali i consensi virtuali (aggirantisi intorno al 15%) di cui godeva la fiamma tricolore i cui voti non riuscivano, se non episodicamente, ad entrare nel gioco parlamentare (quello importante, evidentemente), restando in frigorifero, a causa della conventio ad excludendum che colpiva il Msi per la sua matrice ideologica neofascista. Assolto questo compito di legittimazione attraverso la derubricazione del fascismo da obiettivo proponibile per il terzo millennio (“il fascismo del Duemila” del Fini pre-Fiuggi) a male assoluto, bisognava però decidere, per così dire, cosa fare da grandi, come utilizzare, e possibilmente incrementare, quel patrimonio di voti, quale prospettiva programmatica e culturale offrire all’elettorato per indurlo a scommettere su An. Qui sono emersi una serie di problemi che, pur non riguardando solo il partito post-neofascista, ma un po’ tutti i gruppi politici formatisi dopo la tempesta di Tangentopoli, sono particolarmente evidenti in An. Alle altre componenti della defunta Casa delle libertà si può infatti assegnare, con buona approssimazione, una ragione sociale che le identifica abbastanza bene. Forza Italia è soprattutto il liberismo, la retorica del Paese che deve liberarsi dalle burocrazie e da lacci e laccioli che gli impediscono di funzionare al meglio, esprimendo tutte le sue potenzialità. La Lega evoca il federalismo e la valorizzazione delle realtà locali, la polemica nordista contro Roma ladrona e il centralismo, contro l’immigrazione clandestina. L’Udc rinvia al patrimonio culturale e politico del cattolicesimo conservatore. Di An, invece, si può dire agevolmente che cosa non è più (non è più fascista), ma risulta più problematico definirla in positivo, non tanto perché manchino dei possibili riferimenti, quanto perché tali riferimenti non appaiono sufficientemente convincenti e caratterizzanti, esistendo sul mercato politico altre formazioni in grado di appropriarsene, svuotandola e “cannibalizzandola”. Tutto ciò può aver indotto il gruppo dirigente “aennino” a pensare di uscire dall’impasse semplicemente sciogliendosi e confluendo nel Pdl. La destra in cammino di Alessandro Campi, professore di storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia, nonché intellettuale d’area (è infatti il direttore scientifico della finiana Fondazione Farefuturo), anche se lui preferisce la definizione aroniana di “spettatore impegnato”, costituisce, a nostra conoscenza, il tentativo più elaborato ed interessante di fornire ad An un ubi consistam teorico ed al contempo la certificazione più eloquente del fallimento di quella che ha tutta l’aria di una impossibile quadratura del cerchio. Sullo sfondo della piattaforma culturale allestita da Campi vi è una analisi della globalizzazione interpretata non come sinonimo di omologazione e appiattimento delle culture sul modello americano (la cosiddetta “americanosfera”), bensì come fenomeno che, al contrario, le esalta, tendendo “ad accentuare le diversità, le differenze, le specificità”, col rischio di produrre frammentazione, un moltiplicarsi di rivendicazioni identitarie e particolaristiche, per contenere ed assorbire le quali Campi ritiene che An dovrebbe riscoprire e rivalutare il vero volto della destra che è quello di partito della differenza e della creatività, armonizzate nel quadro della nazione – una nazione che sa incontrare le riforme e la modernità e che perciò non ha niente a che spartire con nostalgie in stile Blut und Boden. Se la destra nostrana non ha finora aderito a questo schema – che ripropone, tenendo conto delle specificità italiane, i modelli delle “nuove destre” di Nicolas Sarkozy in Francia, di David Cameron in Gran Bretagna e di Frederik Reinfeldt in Svezia – è perché, secondo Campi, è caduta nel trabocchetto tesole da una sinistra culturalmente egemone e pertanto in grado di imporre persino agli avversari la sua deformata, ma politicamente assai utile, visione “caricaturale” della destra, descritta come “un coacervo di nefandezze e brutture”. Ma la verità, osserva Campi, è che “essere o stare a destra non significa fare la voce grossa, tifare per la pena di morte, odiare gli islamici, inneggiare alla guerra e mettere socialmente al bando stranieri, omosessuali e drogati. Chi lo pensa ‘da sinistra’ è in perfetta malafede. Chi lo pensa ‘da destra’ è invece vittima inconsapevole di una vera e propria trappola mentale, dalla quale bisognerebbe liberarsi una volta per tutte”. Questo è il succo del discorso sviluppato dall’autore nei saggi e negli articoli raccolti nel libro – discorso nel quale non ci sembra centrato né il concetto di globalizzazione, né quello di destra. Vediamo brevemente perché. Campi descrive come effetti della globalizzazione quelle che, a nostro parere, sono reazioni alla globalizzazione. Da questi due approcci derivano, evidentemente, conseguenze pratiche molto diverse. Se, infatti, si pensa che all’integrazione economica prodotta dalla globalizzazione non si accompagni per forza “l’integrazione culturale o peggio l’omologazione secondo un sistema di valori unico”, allora il problema che il politico e l’intellettuale, ciascuno per la parte che gli compete, avrà davanti sarà quello di razionalizzare, accordare, restando all’interno del quadro globalizzatore, gli aspetti economici e quelli culturali, trovando una giusta miscela (lo Stato nazione rivisitato e aggiornato) che impedisca l’esplosione delle differenze o, nel peggiore dei casi, ne provochi un’esplosione controllata. Se, invece, si pensa che la globalizzazione determini le reazioni ostili di quanti rifiutano di vedere il mondo occidentalizzato e aggiogato al carro neoliberale, allora il problema sarà di trovare formule ad essa alternative, altri mondi possibili. Qualche anno fa, Campi, come vedremo più avanti, avrebbe di sicuro adottato questa seconda impostazione. Attualmente, folgorato anche lui sulla via di Fiuggi, opta per la prima. Il tipo di destra suggerito nel volume (riformista, moderna, progettuale, aperta, tollerante) appare, poi, fin troppo ideale e di comodo perché scarica sulla sinistra la responsabilità della negativa immagine della destra da noi circolante, imputando alla destra solo l’ingenuità di aderirvi in modo acritico, mentre sarebbe più corretto riconoscere che una caricatura, per quanto esasperata, deve necessariamente basarsi, se vuole essere credibile, su qualche elemento di realtà e che, di conseguenza, prima di guardare la pagliuzza nell’occhio altrui (le deformazioni polemiche del presunto autentico volto della destra operate dalla sinistra) sarebbe bene vedere la trave nel proprio, ovvero riconoscere onestamente i “peccati capitali”, come li ha definiti Alain de Benoist, che la destra ha commesso e commette da sola, senza alcun bisogno di venir istigata dalla sinistra. C’è inoltre da chiedersi fino a che punto la destra di Campi, qualunque sia la sua fondatezza, risulti gradita ai diretti interessati. L’impressione è che i molti sforzi profusi dall’autore abbiano partorito il classico topolino. In un articolo del 17 febbraio 2008 pubblicato su “Il Messaggero”, Campi ammette che con Alleanza nazionale “è iniziata una stagione all’insegna di un sano pragmatismo post-ideologico, di un’impegnativa esperienza di governo, ma anche di una certa vaghezza culturale”. L’introduzione del libro, risalente allo stesso periodo, traccia un bilancio non esattamente esaltante di tre anni di continui interventi generosamente accolti sulla stampa di centrodestra. A giudizio di Campi, infatti, le “ambizioni egemoniche che An ha manifestato sin dalla sua nascita […] sono poi rimaste largamente disattese”. Le cause di questo fiasco sarebbero sostanzialmente due: “La composizione statica del suo gruppo dirigente e la mancata elaborazione, in tutti questi anni, di un profilo culturale davvero innovativo rispetto a quello di partenza”. Di qui il timore, diffuso nell’ambiente “aennino”, che la confluenza nel Pdl coincida con la scomparsa della destra in Italia come forza visibile e autonoma. Campi non nega che questo rischio esista, ma ritiene che la creazione del nuovo contenitore politico voluto dal Cavaliere di Arcore fornisca agli uomini di An anche “l’occasione per giocare, nei prossimi mesi e anni, una nuova e più impegnativa partita, politica e culturale, e questa volta all’interno di un’arena sociale e di uno spazio politico assai più vasti di quelli nei quali ha sin qui operato”. Potremo così capire “di che pasta politica sono fatti coloro che quel matto di Berlusconi ha chiamato a questa inattesa ma forse salutare ultima sfida”. Fini potrà ora decidersi a “spendere in prima persona” il “capitale di credibilità e di consenso popolare” sinora accumulato. Accettando di farsi “imbalsamare” nel ruolo istituzionale di Presidente della Camera dei Deputati, Fini sembra aver dato una risposta poco rassicurante alle attese di Campi. D’altra parte, non ci sembra realistico (aggettivo che a Campi non dovrebbe dispiacere) pensare che ciò che gli “aennini” non sono riusciti a fare da soli, nel loro partito, dove non dovevano subire alcuna concorrenza esterna, e cioè darsi un decente assetto politico-culturale, riusciranno a farlo in un contesto più vasto, dove troveranno agguerriti esponenti di altre tradizioni culturali che sembrano semmai avere più chances di sfondare in An di quante An possa averne di sfondare nel Pdl, almeno a giudicare dai toni entusiastici con i quali il mensile “Area” ha esaltato la figura di Tremonti, descritto come il master and commander che porterà in salvo la nave Italia, proteggendola dai marosi della sinistra. La fine del Msi e la nascita di Alleanza nazionale, seguita dall’assorbimento di An nel Pdl, non hanno niente di sorprendente. La componente maggioritaria della destra italiana ha sempre nutrito la speranza, nemmeno troppo segreta, di essere accettata come attore politico alla pari con gli altri, di integrarsi pienamente nel sistema, malgrado i retorici proclami di rappresentarne l’alternativa. Dovrebbero essere, casomai, gli altri, quelli che all’alternativa dicevano di crederci sul serio e che per questo polemizzavano con la destra maggioritaria, a sentirsi chiamati in causa dagli sviluppi della vicenda della destra in Italia. Ciò ci induce a concentrare la nostra attenzione sull’autore de La destra in cammino. In un certo senso, è lo stesso Campi a costringerci a farlo quando osserva, sempre nell’introduzione, cedendo per un attimo alle rimembranze autobiografiche, di aver scritto il suo libro “con una nota diretta di partecipazione che discende dalla mia formazione politico-culturale e, aggiungo, con una evidente intenzione costruttiva”. Leggendo queste parole, ci è tornato in mente un articolo di Campi, all’epoca direttore di “Futuro presente”, pubblicato su “Diorama” (n. 172 dell’ottobre 1993, pagg. 3-5), intitolato “L’equivoco della cultura di destra”, da cui risulta con molta chiarezza che la sua formazione avrebbe dovuto spingere Campi in tutt’altra direzione. Nell’articolo, egli polemizzava molto duramente con quanti si lamentavano dell’inesistenza, in Italia, sia in sede politica che culturale, di una destra normale, benpensante, rispettabile e conservatrice, una di quelle belle destre esistenti “in America, in Inghilterra, in Francia”. Questa prospettiva faceva inorridire Campi, il quale assicurava che non sarebbe mai saltato sul “carro di Berlusconi”, anche perché “a noi credo non darebbero nemmeno il biglietto d’ingresso come ospiti da Funari”. Questa previsione si è rivelata a dir poco pessimistica e infondata. Funari ha nel frattempo lasciato questa valle di lacrime, ma di biglietti, nell’ambiente della destra normalizzata, ne sono stati distribuiti parecchi e non solo per le trasmissioni del simpatico showman alla mortadella, ma per luoghi molto più importanti e prestigiosi. Il battagliero Campi del 1993 sintetizzava i suoi fieri propositi in tre punti: “Adesso che a destra e a sinistra sarà dovunque una bella marmellata a suon di nulla, non cedere di un millimetro su certi indirizzi ideali e certe scelte culturali, ma anzi alzare i toni polemici e gli spunti provocatori, sarà il modo migliore per a) starsene fuori senza equivoci dalle raccapriccianti Alleanze (Democratiche o Nazionali che siano) […], b) prendere definitivamente le distanze da quel mare senz’acqua e senza pesci che è la ‘cultura di destra’, c) riuscire laddove sinora si è poco riusciti, cioè nel contatto e nello scambio con quei pochi della sinistra […] non ancora intruppati nella corsa suicida verso il Buonsenso. Personalmente, a buttar via dieci anni di prospettive di studio e di ricerche, dieci anni di ragionamenti all’insegna di una critica sincera e convinta della modernità e dei suoi effetti perversi […], a buttar via dieci anni di eterodossia e di sano anticonformismo intellettuale solo per assecondare l’irresistibile ascesa della ‘destra di governo’ e il richiamo all’ordine di una sinistra appagata anch’essa del mondo così com’è mi sentirei – posso dirlo? – un idiota perfetto”. Come si sente, oggi, Alessandro Campi? Presumiamo che oggi non riproporrebbe più quel punto di domanda, anche perché, oggi, esso rischierebbe di non suonare più tanto retorico. Lungi da noi, naturalmente, atteggiamenti alla Giorgio Pisanò o alla Nino Tripodi, inesausti cacciatori di “traditori” e “voltagabbana” che vedevano nascosti dappertutto, anche sotto il letto. Non è questo il nocciolo del problema. Qui non si tratta di faccende personali (anche se queste ultime possono servire a comprendere faccende di carattere più generale), ma della sostanziale incapacità di un intero ambiente di tenere delle linee di vetta. Ne prendiamo atto con grande amarezza e, finché ci è possibile, continuiamo. Ma non chiedeteci perché lo facciamo, con quali prospettive e speranze. Potremmo avere qualche difficoltà nel rispondere. Lo facciamo, punto e basta. |