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Dimitri Jiulianovich aprì la porta che dava sul corridoio ed un alito di vento ghiacciato proveniente dalla tromba delle scale gli tagliò la faccia, facendogli socchiudere le palpebre e congelare i mille disordinati pensieri che gli si arruffavano, come i peli di un gatto nero, in mente. Rapidamente, come ogni sera, depose le scarpe fuori dalla porta, ordinatamente disposte, una vicina all’altra, a ridosso della parete della sua stanza. Poi richiuse l’uscio e si ritirò silenzioso all’interno di quella piccola mansarda in Rue Feutrier che era diventata la sua abitazione da quando, due anni prima, era giunto a Parigi per studiare medicina alla Sorbonne. Scalzo, misurò a piccoli passi la distanza che lo separava dalla finestra del suo abbaino mentre lo scricchiolio ligneo e vivo del pavimento sotto i suoi piedi gli fece ripensare al ponte della nave che lo aveva portato fino lì dal porto della sua città: San Pietroburgo. Non aveva mai visto nulla prima di allora, né, un tempo, avrebbe mai potuto indovinare il fiume di sentimenti che ora, in quel preciso momento, lo stava trasportando lontano, facendolo sentire alla deriva da un mondo attraente e pericoloso che sentiva non appartenergli ed a cui non osava chiedere asilo. La sua vita adolescenziale, prima di allora, era stata scandita dalla geometria perfetta delle vie del centro città in cui era nato, un dedalo di strade attorno al Palazzo d’inverno, al canale della Moika ed al monumento a Nicola I. Non si era mai spinto, prima del suo imbarco, oltre i confini amministrativi del territorio di San Pietroburgo e, se la sua memoria non lo ingannava, si ricordava di una sola gita assieme agli alunni della sua classe, una furtiva visita all’isola Vasilievskij, il più grosso dei quartieri in bilico tra la Neva e le acque limacciose e scure del Golfo di Finlandia. Parigi, nel suo immaginario innocente, aveva sempre rappresentato il sogno perfetto, l’icona patinata ed adulterata confezionata nell’imballo lucido e scintillante di un nome zuccheroso e nella carta colorata di luci e locali, intravista nelle rare stampe dell’epoca. La vita gli aveva promesso Parigi, un giorno mentre guardava giù dal ponte Troitskly, così era solito pensare nella solitudine della sua mente. E Parigi, alla fine, era arrivata, bella ed ammiccante di centinaia di insegne nella notte, accogliendolo con il sorriso falso dei suoi imbellettati palazzi settecenteschi e le labbra morbide delle prostitute di Montparnasse. Quanto l’aveva desiderata e nel profondo aspettata, Parigi? Con un gesto rapido e deciso spalancò le due ante della piccola finestra ed immediatamente una spolverata di neve entrò nella stanza andandosi a posare sulla pelle nivea dei suoi piedi. Non sentì freddo, solo aria profumata di ghiaccio e silenzio foderato di bianco. Si sedette sul letto tentando di resistere al demone che lentamente lo stava graffiando da dentro. Poi si slacciò il polsino sinistro della camicia, arrotolò la manica fino all’avambraccio e rovistò nel cassetto del comodino vicino al letto. Aveva imparato intimamente ad amare e disprezzare quella sensazione che gli piegava fortissima i pensieri, l’ago che si conficcava sotto la sua pelle, l’intensa percezione di essere sul punto di vomitare, con i succhi gastrici che risalivano l’esofago come il mercurio l’asta di un termometro. Aveva imparato intimamente ad odiare e desiderare la pace che quel liquido infido gli faceva esplodere dentro. La forza di un estasi che lo violentava nel profondo, regalandogli tregua e tormento, angoscia e forza disperata, vita e qualcosa che lui immaginava essere l’ anteprima della promessa seducente della morte. Aveva imparato ad odiarsi, disprezzandosi ogni volta che, lucido e nel pieno delle proprie facoltà mentali, ripensava a quegli episodi di crudele piacere, rifuggendoli come propri di un insanità demoniaca e perversa, sebbene sapendo che nel profondo avrebbe sempre continuato a desiderarli furiosamente, giustificandone la disperata esigenza come a dissetare quella sua autodistruttiva e masochistica volontà. Quel suo desiderio inconfessabile e maligno che nel suo più recondito subconscio aveva preso le sembianze di un demone con le ali sulla schiena. Quando ebbe finito, come tutte le volte, rimase immobile seduto sulle coperte, in attesa. Si aspettava un torpore che lo avrebbe preso per mano, un’incoscienza livida di tinte e sapori mai provati, immagini che lo avrebbero rapito come i colori delle giostre meccaniche dei parchi parigini. Avrebbe atteso per delle ore la promessa di quelle bellissime menzogne, senza muoversi di un millimetro. Ne sarebbe stato capace. Di certo però, non si sarebbe mai aspettato che, in quel momento, qualcuno da dietro la porta del suo ingresso, bussasse con una veemenza che, nel suo stato di alterazione, parve insopportabile. Con una rapidità di cui si stupì immediatamente fece sparire sotto il cuscino la siringa utilizzata e sottratta al laboratorio di biologia, poi, con meticolosità, si riabbottonò il polsino della camicia e si diresse, senza chiedersi chi fosse, verso la porta. Quando l’ebbe aperta si sentì rimpicciolire sotto lo sguardo dell’individuo che aveva di fronte. Da sotto due sopracciglia folte e nere, gli occhi scuri di un uomo con un distintivo in mano lo squadravano come fosse un appestato o un insetto da uccidere all’istante. Dimitri, pur non osservando neppure per un istante il distintivo lucido che aveva a pochi centimetri dai propri occhi, capì subito avere di fronte un poliziotto. E, oltretutto, uno che doveva anche valere qualcosa, nel posto dove lavorava. Lo intuiva dal panciotto nero di ottimo velluto che si affacciava da sotto il cappotto e dalle scarpe, nuove e lucide come non aveva visto a nessuno nel povero quartiere di squattrinati dove viveva, Montmartre, ai piedi de la Basilique du Sacre Coeur. Meccanicamente riportò il pensiero all’ultimo visto che si era lasciato firmare sul tesserino del passaporto, cercando invano di ricordarsi la data stampata sopra con vaporoso inchiostro blu notte. Probabilmente ci impiegò troppo tempo a pensare perché l’uomo, dopo aver pronunciato il suo nome e detto qualcos’altro, ora lo guardava interrogativo con un’espressione che aveva assunto ancora di più una nota di professionale ed ostentato sospetto. D’istinto nascose le braccia dietro alla schiena e, abbassando lo sguardo sul pavimento, cercò di articolare una frase di senso compiuto in modo da dare l’impressione di essere qualcosa di più di un soprammobile inanimato. Non fu abbastanza rapido neppure in quel caso perché l’uomo, togliendosi il cappello nero che aveva in testa e senza troppe cerimonie, si era già introdotto nella piccola stanza guidato dal rasoio affilato dei suoi occhi che vagavano muti come pesci quasi cercassero il filo conduttore o la ragione che li avesse condotti fino in quel posto. “Giovanotto, voglio che lei se lo metta bene in testa…” disse, d’un tratto. “Io, l’ispettore Serault, non sono certo diventato famoso per essere il tipo di persona a cui piace ripetere le cose, né per avere pazienza… chieda in giro e vedrà cosa le diranno. A tal riguardo le sarei infinitamente grato se avesse la compiacenza di rispondere alle mie domande…” Dimitri rimase a guardarlo intimorito. “Se questo non le crea troppo disturbo, naturalmente” aggiunse, dopo una breve pausa, con una lieve inflessione della voce che, il ragazzo intuì subito, propria di un ironia tale che, se espressa da un amico, avrebbe subito rimarcato come insulsa e banale. Poi, l’uomo tornò a fissarlo dritto negli occhi e, facendosi più vicino, gli chiese: “Lei è Dimitri Jiulianovich?” Non avrebbe voluto annuire con la testa, Dimitri, ma lo fece lo stesso involontariamente anche se non era sua intenzione, in cuor suo semplicemente avrebbe voluto continuare a guardarlo impassibile e fermo, immobile come una statua, senza spifferare alcuna parola. Avrebbe senz’altro desiderato rimanere lì, fino a che quel poliziotto si sarebbe stancato (forse), ed avrebbe imprecato maledicendolo, andandosene alla fine, dopo aver aspettato minuti lunghi come eternità ed averlo osservato torvo e minaccioso. Avrebbe varcato veloce la porta, trascinandosi dietro in quella scia di profumo alla moda e aroma di borghesia da salotto, le sue belle scarpe nere e rilucenti e il suo panciotto comodo e caldo. Lui lo avrebbe guardato andarsene via, sentendo il sollievo calmargli il cuore ed il respiro, mentre invece una nuova, e mai provata, sensazione di inquietudine gli si sarebbe increspata sotto pelle, con il peso di un dubbio a bruciargli lentamente, come una maledizione che lo avrebbe perseguitato, questo già lo sapeva, qualsiasi giorno della sua vita, prendendolo alle spalle ogni volta che avesse abbassato la guardia: nel buio delle lenzuola, la sera, o mentre usciva la mattina tra le nebbie della città. L’ avrebbe intuito presto che ne sarebbe stato succube sempre, di quel dubbio di avere qualcosa da scontare, con la certezza che la parcella sarebbe arrivata prima o poi con il suo prezzo in calce da pagare. Fu così che, mentre Dimitri si perdeva in queste congetture, l’uomo si sedette su una delle due sedie scricchiolanti affianco al ripiano in legno in mezzo alla stanza. L’unico tavolo in grado di soddisfare le mansioni di scrittoio e di tavola per consumare i miseri pasti che quel povero studente di medicina poteva permettersi. “Avrei alcune domande da farvi, signor Jiulianovich…” disse, dopo aver nuovamente guardato a lungo per tutto lo stanzino ed aver fermato il suo sguardo sui piedi scalzi dello studente, ritto di fronte a lui. Restando in silenzio, Dimitri, evidentemente imbarazzato dagli occhi indagatori dell’Ispettore, si sedette sul letto, cercando di essere il più sciolto possibile nei movimenti e di scacciare lontano quel senso di colpevolezza che gli bruciava gli occhi ogni volta che incrociava quelli del suo interlocutore. “Voi conoscerete sicuramente Madame Mouret? Non è vero?” Dimitri osservò la bocca di quel poliziotto mentre pronunciava il nome della proprietaria del palazzo e notò che le labbra gli si increspavano stranamente quando pronunciava la lettera erre. Come un bambino che tiene il broncio, pensò. Madame Mouret, vedova ed anziana, locava camere a studenti come lui, offrendole ad un prezzo più che ragionevole e senza mai fare troppe storie se i propri inquilini tardavano nei pagamenti. Dimitri era indietro con l’affitto di tre mesi. L’Ispettore, che non si aspettava una risposta, conoscendola già in anticipo, continuò a guardare distrattamente in giro torturandosi i peli ordinati che aveva lasciato lunghi in un pizzetto appuntito sul mento. “ Quando è stata l’ultima volta che l’avete vista?” chiese, senza voltarsi neppure. Lo studente, che fino ad allora era stato in silenzio, aprì bocca ma, e se ne pentì subito, non per rispondere alla domanda, bensì per formularne un’altra: “È successo qualcosa alla signora Mouret?” L’Ispettore immediatamente fermò gli occhi fissi in un punto di fronte a sé tuttavia senza alterare minimamente l’espressione rilassata e sorniona che aveva dipinta in volto. Dimitri cercò di soppesare qualsiasi movimento facciale dell’uomo, qualsiasi segno, seppur impercettibile, che potesse tradire un’emozione od un sospetto che salisse sulla superficie scura dei suoi occhi, e si trovò stupito dal fatto che, all’apparenza, quelle parole, pareva non lo avessero neppure sfiorato. Dal canto suo, il giovane, era viceversa convinto di aver compiuto una mossa completamente sbagliata. “Avete in sospeso tre mesi di pagamento, non è vero, Signor Jiulianovich?” riprese il poliziotto, tornando a guardarlo negli occhi, con una domanda che a Dimitri ebbe l’effetto di un pugno nello stomaco. Ovviamente, anche in questo caso, una risposta era assolutamente superflua. “Avete qualcosa da dirmi?” continuò l’uomo, “Non abbiate alcun timore, vi prego.” Al giovane sudavano le mani, e la saliva si asciugava sotto la lingua lasciandogli in bocca una sensazione sgradevole e ripugnante. Dovette fare un grande sforzo, Dimitri, per ricacciare lontano il demone che, da dentro, lentamente gli stava strangolando stomaco ed intestino e, con un filo di voce, cercò di essere il più naturale possibile quando disse: “Non vedo Madame Mouret da più di una settimana, a pensarci bene…” “Capisco… proprio una settimana fa lei ha fatto perdere le sue tracce, immagino non ne foste al corrente?” “No.” “ E posso chiedervi esattamente quand’è stato l’ultimo giorno in cui l’avete vista, se non è domandare troppo?” “Giovedì. Si, penso giovedì scorso…” Improvvisò Dimitri, riflettendo sul modo più rapido per mandare via quell’indesiderato ospite: rispondere a tutte le sue domande. “Avete parlato dell’affitto, l’ultima volta?” “Si, io… ecco, gli avevo annunciato che, dalla Russia, questa settimana sarebbero arrivati i soldi dalla mia famiglia. E che l’avrei pagata.” “Capisco.” ripeté il poliziotto che intanto aveva tirato fuori dalla giacca un astuccio dal quale aveva estratto una sigaretta e dei fiammiferi, poi aveva allungato un braccio verso la sua direzione e glieli aveva porti con un sorriso affabile da sotto i baffi ben rasati ed ordinati. “ Non avete freddo?” chiese, non distogliendo i suoi occhi da quelli del giovane. Dimitri si ricordò che la finestra dell’abbaino era ancora aperta e, dopo aver rifiutato con un gesto leggero della mano l’offerta dell’uomo, si alzò meccanicamente per andarla a chiudere. Così facendo dovette voltare le spalle all’Ispettore, sentendone subito gli occhi puntati alla schiena, come fossero una pistola o una lente di ingrandimento a spiare dettagli e particolari che avrebbero tradito la presenza interna dello spirito alato che albergava nel suo intimo più profondo. Demone infido che, sebbene invisibile ai più, non sarebbe di certo sfuggito agli occhi allenati di quel poliziotto. “E che mi dite di Luis Merchandier?” Dimitri ebbe come una scossa lungo l’esile colonna vertebrale. “Vi anticipo: è sparito anche lui. Buffa coincidenza, non trovate?” Luis Merchandier era il portinaio dell’intero stabile, anche lui anziano sovrintendeva ai piccoli ed infiniti lavori di manutenzione che un palazzo di vecchia costruzione come quello necessitava quotidianamente. Si vociferava fosse omosessuale e più inquilini denunciavano il fatto di averlo visto aggirarsi di notte fonda, lungo le strette vie del quartiere, vestito inequivocabilmente di abiti femminili. “Sono sorpreso. Anche lui?” disse il giovane tornando a sedersi “Avete qualcosa da dirmi al riguardo?” incalzò l’Ispettore rigirandosi la sigaretta tra le dita ed inarcando la frase con un lieve accento di noia. “Purtroppo no, mi dispiace…” “Purtroppo no, mi dispiace.” Ripeté l’Ispettore ad alta voce come a volersi gustare lentamente sulla superficie della lingua il sapore, che evidentemente trovava bizzarro, di una frase di quel genere. Poi, inaspettatamente, e con una certa impazienza, si alzò dalla sua sedia, serrò la sigaretta tra le sue labbra di bambino imbronciato e tirò fuori dalla giacca un biglietto di carta porgendolo al giovane. Dimitri vi lesse sopra un indirizzo ed un numero di telefono. “Sono del Commissariato. Caso mai vi venisse in mente qualcosa…” Il giovane si alzò accennando un lieve sorriso, l’ eccitazione all’idea che quell’uomo se ne stesse andando gli fece sobbalzare il cuore in gola e per un attimo non riuscì a deglutire. Poi il poliziotto aprì ed attraversò la porta senza voltarsi. Dimitri tratteneva il fiato. Quando fu quasi interamente uscito, l’Ispettore si voltò di quel poco in modo che il giovane riuscì a scorgere il luccichio degli occhi scuri. “Voi studiate medicina, non è vero?” Gli chiese, quasi sottovoce. “Si” rispose Dimitri con il cuore vicino all’infarto. “Dovreste riguardarvi, allora. Le male abitudini non giovano alla salute di uno studente, sapete?” Poi si rimise il cappello in testa e, portandovi la mano destra sulla tesa anteriore, accennò ad un saluto che aveva tutto il sapore di un arrivederci. Dimitri non volle vederlo andarsene via, richiuse rapidamente la porta e se ne stette con la schiena attaccata al legno, in attesa. Ora se lo immaginava, quell’uomo, mentre scendeva uno ad uno i piani del palazzo, magari fumando una nuova sigaretta, ed usciva dall’ingresso principale, con il fumo dietro le sue spalle e quelle scarpe lucide troppo belle per essere osservate dai poveri occhi della gentaglia di un quartiere come quello. Chissà dove l’avrebbero portato, se solo le avesse avute lui, scarpe come quelle? Altrove, sicuramente. Altrove. Poi, Dimitri chiuse la porta a chiave. Misurò il silenzio della propria stanza, poi quella del suo piano ed infine quello del palazzo intero. Quando fu certo che non vi fossero rumori, si staccò dalla porta e producendo il minimo attrito possibile con il pavimento si piazzò vicino al letto, con la faccia a pochi centimetri dalla parete, immobile come un burattino. Portò un polso all’altezza della sua fronte ed un altro lungo in fianco, poi premette con forza il muro. Un cigolio impercettibile, che a lui parve un urlo lacerante, fece capire allo studente che i cardini avevano ceduto e lo sportello di un armadio a muro ben camuffato con la parete si stava aprendo. Con entrambe la mani, Dimitri aprì l’anta e guardò all’interno. Due cadaveri giacevano, uno sull’altro, sul fondo di quell’angusto spazio. Il cadavere di Madame Mouret e quello di Luis Merchandier. Dimitri si abbassò in ginocchio per osservarli meglio. “Vi libererò prima o poi, piccoli miei” pensò. Sembravano manichini inutilizzati rigidi com’erano e piegati in maniera così innaturale. Poi sorrise e, solo allora, pensò di averla fatta in barba a quel poliziotto. Nel momento in cui provò quella sensazione di sollievo sentì forte un dolore al petto e gli occhi vacillare vorticosamente. Era il demone, e lui lo sapeva. Fece in tempo ad appoggiarsi al letto poiché le gambe non lo avrebbero sorretto oltre. Ci si buttò sopra con le ultime forze che sentiva in corpo, poi cedette abbandonandosi totalmente, come ogni volta. Lasciò che quella forza lo distruggesse ancora, rendendolo schiavo e vittima. Pensò all’oblio che se lo stava prendendo ed immaginò il volto dell’Ispettore, se lo avesse visto in quello stato. Poi, quando sentì una fitta violentissima partirgli dal centro del petto, chiuse gli occhi e s’immaginò le ali di quella creatura che nascondeva dentro aprirsi come quelle di un angelo. E pregò che si portasse via anche lui, questa volta. Anche lui. |