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L’occidentalizzazione del mondo
Café Librario - Archivio 2005
Scritto da Valentino Bellucci   
mercoledì 09 febbraio 2005

Autore: Serge Latouche
Titolo: L’occidentalizzazione del mondo. Saggio sul significato, la portata e i limiti dell’uniformazione planetaria.
Edizioni: Bollati Boringhieri, Torino 2002
Pagine: 149

In questo Saggio di Serge Latouche il lettore viene messo sulle tracce di una sorta di ‘Mostro’: l’Occidente. Un filosofo come Oswald Spengler non avrebbe mai ammesso un simile “trionfo dell’Occidente”, in cui “La morte dell’Occidente per sé non è stata la fine dell’Occidente in sé.” (pp.10-11). Per il filosofo del Tramonto dell’Occidente il mostro di Latouche rappresenta solo una delle tante civiltà che nascono e muoiono sul nostro mondo. Ma è proprio qui la differenza e la novità proposta da Latouche: il suo Occidente non è solo una civiltà, e nemmeno un aspetto particolare della civiltà stessa: “L’Occidente non è più l’Europa, né geografica, né storica; non è più nemmeno un complesso di credenze condivise da un gruppo umano che vaga per il pianeta; proponiamo di leggerlo come una macchina impersonale, senza anima e ormai senza padrone, che ha messo l’umanità al proprio servizio.” (p.12) Ma allora perché continuare a chiamarlo col termine ‘Occidente’, quando il termine stesso è ambiguo e contiene tante di quelle tradizioni da impedire ogni tipo di generalizzazione? Continuare a chiamarlo in quel modo non è solo un pericolo filologico ma anche filosofico. Latouche è consapevole di questa difficoltà e così risponde al lettore: “Se, accettando questa critica nominalistica implicita, ci rifiutiamo di costruire una chimera a priori e ci limitiamo a designare in tal modo per comodità un insieme di manifestazioni, allora siamo portati a constatare che la storia del mondo è sconvolta da un movimento specifico nato nell’Europa occidentale, e che tale movimento ha di gran lunga la meglio sull’apprensione delle caratteristiche e sulla natura di ciò che si muove.” (pp.13-14).

L’autore mantiene il termine Occidente per comodità, per riuscire a seguire un movimento che si è sviluppato in una dimensione geografica occidentale, ma che poi si è diffuso su scala planetaria. Ma quante e quali radici ha il fenomeno dell’occidentalizzazione? Latouche propone varie forme storico-culturali in cui, di volta in volta, l’Occidente si sarebbe incarnato; l’aspetto fondamentale è che questa “macchina impersonale” sopravvive a tutti i fallimenti storici delle sue stesse forme: “…qualcosa dell’Occidente sembra perpetuarsi e, come una fenice, rinascere più bello e più giovane dalle sue ceneri dopo ogni riflusso.” (p.25) Questo Occidente, di cui l’intero saggio cerca di delineare il significato e il destino, sembra essere la volontà di potenza in cui Nietzsche vedeva la trama ultima di ogni realtà, infatti: “La volontà di potenza deve assumere la forma dell’accumulazione illimitata, e la società tutta intera dev’essere accesa di uno zelo irresistibile per la produzione, e trovare godimento soltanto nel suo progresso illimitato.” (p.28). Ma Latouche non sostituisce il termine Occidente con la ‘volontà di potenza’; farlo significherebbe cadere nella prospettiva filosofica nietzscheana. Latouche invece vede nell’occidentalizzazione una volontà di uniformare l’intero pianeta in un unico modello culturale, attraverso forme di consumo stereotipate: “ Sugli altopiani della Nuova Guinea si può sentire uscire da un transistor l’ultimo successo di New York, nel pieno della giungla del Sudest asiatico si può vedere un contadino che beve una Coca-Cola…” (p.32). Ed è proprio in questa uniformità culturale che consiste, secondo l’autore, il trionfo dell’Occidente, la sua vittoria, nonostante i fallimenti storici delle sue forme.

A questo punto Latouche analizza proprio queste forme, per scoprire fino a che punto hanno permesso l’occidentalizzazione del mondo. Egli ne individua cinque: 1) Forma geografica: l’Europa. 2) Forma religiosa: il cristianesimo. 3) Forma antropologica: la razza bianca. 4) Forma filosofica: l’Illuminismo. 5) Forma economica: il capitalismo. Ricordandoci però che l’Occidente “tuttavia non s’identifica con alcuno di questi fenomeni.” (p.35) E’ come se l’Occidente fosse una sorta di sostanza spinoziana di cui le forme appena citate non fossero altro che alcuni dei suoi attributi, e si sa che l’attributo esprime la sostanza senza però esaurirla. Proprio questo ci mostra Latouche nella sua acuta analisi, affermando che se in origine l’Europa è stata la culla dell’Occidente, oggi invece “l’Occidente è una nozione più ideologica che geografica” (p.35). Allo stesso modo si può affermare che se la razza bianca ha dato inizio all’occidentalizzazione, “la sottomissione del pianeta a una razza superiore è un progetto contrario al processo di assimilazione e di uniformazione” (p.37), sottolineando altresì che “il messaggio cristiano del Vangelo ha un contenuto più universalista di quello del Corano” (p.37) cosa che ha permesso al cristianesimo di farsi strumento dell’uniformità occidentale. L’Illuminismo, come forma filosofica dell’Occidente, ha permesso l’universalismo dei diritti dell’uomo, ma “è difficile dissociare il versante emancipatore, quello dei Diritti dell’uomo, dal versante spoliatore, quello della lotta per il profitto. I due sono il diritto e il rovescio della medaglia…” (p.44), poiché il capitalismo stesso, come ultima forma, ha coinvolto le forze migliori dell’occidentalizzazione in una produzione continua e inarrestabile.

Latouche si rende conto che le forme dell’occidentalizzazione non possono fermare il processo stesso, alla cui base vi “è la credenza, inaudita sulla scala del cosmo e delle culture, in un tempo cumulativo e lineare e l’attribuzione all’uomo della missione di dominare totalmente la natura, da una parte; e la credenza nella ragione calcolatrice per organizzare la sua azione, dall’altra. Questo immaginario sociale che svela il programma della modernità così com’è esplicitato in Newton e in Descartes, ha chiaramente origine nel fondo culturale ebraico, nel fondo culturale greco e nella loro fusione.” (p.48) Qui l’autore affronta un punto fondamentale della questione. Cosa nasce dalla fusione del mondo ebraico con quello greco se non l’idea di un logos onnipotente e uniforme che controlla e gestisce l’intera realtà? E l’Occidente allora non sarebbe altro che la maschera di questo logos? Ma l’autore non porta fino in fondo questa analisi; preferisce tracciare degli scenari, abbozzare varie ipotesi, senza focalizzare una sola lettura del problema. Anche Heidegger, secondo Latouche, scopre un aspetto dell’Occidente: “La tecnica, la tecnocrazia, l’avanzata del deserto giustamente denunciata da Heidegger, non sono estranee a questo Occidente. Sono l’Occidente stesso.” (p.43) Non appena Latouche sembra aver trovato l’essenza dell’Occidente la rifiuta e la considera solo come uno dei suoi tanti aspetti. In realtà ciò dipende dal fatto che Latouche stesso non vede nell’occidentalizzazione una fatalità a cui era impossibile sfuggire: “ Nessuna fatalità destinava l’Occidente a inventare da solo tutti gli elementi del suo paradigma.” (p.61)

Gli elementi che hanno portato alla costruzione della macchina mostruosa si sono incontrati nei secoli senza alcuna predestinazione. Un vero e proprio mostro per caso, con cui dobbiamo fare i conti. Eppure questi elementi avevano qualcosa in comune, il loro universalismo, la loro volontà di affermare un pensiero unico e uniformante: “…l’espansione riguarda soltanto la propagazione dell’uniformità culturale a scapito della creatività. Il mimetismo dello sviluppo non è altro che una caricatura tragica dell’universalità…” (p. 64). E in cosa consiste questo pensiero uniformante? Per l’autore esso si caratterizza come una profonda anti-cultura: “La sua universalità è negativa. Il suo prodigioso successo consiste nello scatenamento mimetico di modi e pratiche deculturali. Esso universalizza la perdita di senso e la società del vuoto.” (p.88). L’Occidente, considerato come processo secolare che, attraverso varie forme, domina a livello planetario, è un colossale vuoto, ed è la sua stessa forza divorante a impedirgli di accettare qualsiasi cultura; solo uniformando può dominare, e per uniformare bisogna sradicare tutte le culture particolari. Ma proprio in tale forza si trova la debolezza del Mostro e il tallone di Achille che lo può portare alla disfatta finale. Infatti Latouche individua i limiti dell’occidentalizzazione: “ Il primo aspetto del fallimento dell’occidentalizzazione si manifesta nel fallimento dello sviluppo economico del Terzo mondo.” (p.91). Il Terzo mondo rifiuta i modelli di crescita occidentali, presentendo nella luccicante promessa del benessere un vuoto antropologico totale; il selvaggio della foresta può anche bersi una Coca-Cola, ma non per questo accetterà di lavorare in una fabbrica che la produce.

C’è una viva resistenza alla macchina inumana dell’occidentalizzazione, e in tale resistenza Latouche scorge la speranza di “una parziale ricomposizione sociale”. (p.118) L’autore del saggio sa d’aver messo in scena un mostro apocalittico, ma, nella conclusione delle sue riflessioni, allontana dal lettore lo spettro dell’apocalisse: “Queste resistenze alla tentazione dell’Occidente sono una fonte di speranza. Esse lasciano intravedere che la morte dell’Occidente non sarà necessariamente la fine del mondo…[…] La fine dell’Occidente non è necessariamente l’Apocalisse.” (pp.137-138) Del resto come potrebbe sopravvivere un tale mostro che ha sempre sfruttato l’inumano presente nell’uomo? Latouche sa che nella Storia nulla scompare di punto in bianco e che i cambiamenti epocali sono metamorfosi lentissime, piene di sfumature socio-culturali; cita, a titolo di esempio, la fine dell’Impero romano. Forse il mostro dell’occidentalizzazione è già morto e noi stessi non ce ne accorgiamo. Resta però il problema dell’universale e della sua nostalgia. Dopo aver riconosciuto che l’universalismo occidentale era solo la maschera vuota di una anti-cultura è possibile un universalismo davvero pluralista? “La sola vera universalità concepibile, dunque, si può basare soltanto su un consenso veramente universale. Essa passa per un dialogo autentico tra le culture.” (p.148)

Forse Latouche dimentica che tale dialogo interculturale è sempre esistito, e che non si è mai sviluppata nessuna cultura che non sia stata un’intercultura. L’occidentalizzazione è fallita o fallirà proprio per questo: perché alla fine nulla si può reggere su un uomo che ascolta soltanto se stesso. Gli orientalisti contemporanei e i maggiori studiosi di filosofia comparata ci insegnano che Platone è stato in Egitto, che Pirrone ha viaggiato in India; che i filosofi arabi hanno portato in Europa un nuovo Aristotele, e che Goethe ha letto i romanzi cinesi dell’antichità… Ormai sappiamo che “non c’è speranza di fondare alcunché di durevole sulla truffa di una pseudo-universalità imposta dalla violenza” (p.149): il saggio di Serge Latouche ci aiuta a ricordarlo.

 
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