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Terra
Scritto da Chio Dupia   
venerdì 15 agosto 2008

Guardo fuori dalla finestra e immagino tutto ciò che da questo ufficio non posso vedere. Mi lascio navigare da questo mozzo che preferisce l’impatto violento, e ride come un pazzo quando l’onda ci sommerge. Ne ho sempre avuta tanta di immaginazione. Faccio di necessità virtù.
Rimango in attesa. Palpebre come bocche succhiano fameliche colori spenti. L’iride pneumaticamente si allarga dentro la carne, godendo di un verde di stoffa come un saio di luce che veste un istante di splendore di rassegnata cecità. Un fiotto di energia, ricordo della luce primordiale, sempiterna origine di vita, radice di ogni mia ardente sensazione. Una radice comune che senza passato getta dietro le spalle le sue cause.
Davanti a me scalpiccii di passi si muovono spettrali sul vetro a calpestare ancestrali forze in eterna lotta, in continua contrapposizione. Non cercano pace e continuano a mescolarsi: acqua e fuoco, terra e aria, caos e ordine.
Guardo fuori dalla finestra e solo ora, stringendo gli occhi, riesco a scorgere tutto ciò che da questo ufficio posso solo ricordare. Sorprendo un angolo di cielo azzurro, nuvole bianche rincorrono il sole e lo coprono di tanto in tanto. Quel raggio che mi attraversa è la sopravvivenza, la salvezza, la scintilla che riporta ad un mondo fatto di odori, profumi, colori e legami che non si dissolvono insieme al semplice sfumare del tramonto.
Vedo il mare dalla mia finestra, il sudore dei bagnanti misto a salsedine, l’aria umida che sbuffa dalle cortecce degli alberi poco distanti; il maestrale è un vento che purifica, spazza la pianura infrangendosi su calcari e graniti, libera gli uomini dai residui rappresi.
Ho bisogno di silenzio. Ma la città è un’eterna alba meccanica, sempre un inizio, rumoroso inizio. E allora vibro di febbricitante piacere e m’inebrio della suadente trasparenza del Mediterraneo. Le mie gambe dentro l’acqua e il suono ovattato del mio corpo che si tuffa in avanti con coraggio.
La soddisfazione muta di non sentir fatica, tra scintillii freddi di superficie ondosa.
Vedo i laghi e la conturbante tranquillità delle impercettibili onde finisce per accogliere ogni mia tensione che osservo ridursi in cristallini cerchi concentrici.
Non sento il tempo e godo della temporaneità della stasi, mi cullo nell’inerzia e in apnea non distinguo più il caldo dal freddo, l’umido dal secco, l’effimero dall’eterno.
Vedo i monti, le valli e i colli accessibili da sentieri non segnalati. Vedo una lepre che fugge il rumore del trattore, la semplicità del maggese e la perfezione del grano sparso prima della trebbiatura. Vedo l’orgoglio di un contadino chino sul germoglio, il suo germoglio, padre di una madre-natura inaspettata, improvvisa culla fatta dalle sue mani. Da una zolla di terra rossa sbriciolata con le unghie: seme ieri, germoglio oggi, domani frutto per commensali affrettati. Un rituale ciclico, dalla semina alla raccolta, dalla vitale umidità del verde al plastificato ardore ocra delle tavole imbandite. Si stenta a credere che da un miscuglio di humus e fango reso sporco dal continuo strisciare di abominevoli vermi, si riesca a generare un tesoro, una patata che si ripete per chi la raccoglie e ci passa la mano sopra e il sapore di terra che continua nelle scarpe.
Guardo fuori dalla finestra e disegno il cammino che porta fuori dalla stanza, grotta moderna che m’incatena, prigione che detesto sin dalla prima pietra. Fondamenta. Odio questi drappeggi color arancio che coprono i vetri, unico schermo della realtà impazzita. Odio i dannatissimi dati sulla crescita della popolazione che con costanza piovono sulla mia scrivania e il rinnovo delle consulenze, il viavai di lettere, carte, fax e la fame di sesso della segretaria del primo piano infedele come un gatto. Odio i gatti e la fame di sesso.
Nella stanza fa capolino la luna del duemila e si affaccia l’ombra che prelude al buio argenteo della notte. Appendo al lampadario la mia età, scruto la mia pelle livida, le prime rughe sono geroglifici del tempo che mi è stato sottratto, rubato alla mia casa, al mio paese, all’amore.
Tolgo via la polvere dal libro di Thomas Elliot perché è soltanto ciò che lui mi racconta l’unico affare che mi ha tenuto lontano da un’esiziale rivalsa. La spaccatura è ormai evidente, aumenta e diventa irreparabile, irrefrenabile, un solco che lascia penetrare sotto la carne il dolore represso di mille strette di mano, degli sguardi cerei ed elastici dei bambolotti che si trascinano per questi corridoi. Carezzo un ribelle desiderio di vendetta nei confronti della bara che ti seppellisce prima di morire. Mi alzo che fuori è buio pesto, niente luna, solo luce artificiale. La sedia rimane calda per un po’, niente uova per oggi. Rassetto la giacca scrollandomi via le pieghe dell’impiegato sudaticcio, saluto le luci della ribalta e mi convinco che…
Manca poco. Prima del contatto.
Una falce porterà in questa stanza un gelido alito di morte, mancherà il calore vitale e col sangue trasformerò questa scrivania da semplice materia a luogo di culto.
Non c’è nient’altro da segnalare. Ho sempre fatto di necessità virtù.

 
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