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Chi parlerà la mia lingua?
Scriptorium - Archivio 2009
Scritto da Marco Mancassola   
venerdì 05 giugno 2009

Chi parlerà la mia lingua? Loro la parleranno.

La ragazza cinese entra nel negozio di kebab, si rivolge al ragazzo turco dietro il banco e chiede: “Vorrei due bambini.” Si rende subito conto dell’errore, fa una risata e si corregge: “Due panini, per favore!” Nel frattempo dietro il banco è comparso il titolare, un signore sui cinquant’anni che evidentemente la conosce e la saluta in un italiano dall’accento mediorientale. I due chiacchierano amabilmente. Il signore del negozio sembra quasi corteggiarla, ma in un modo gentile, e l’italiano tra loro è un linguaggio essenziale, eppure anch’esso gentile, e assai suadente.

Chi parlerà la mia lingua? La famiglia di origine indiana siede al tavolo di un fast-food, vicino a me, un padre e una madre di quieta bellezza, sui trent’anni, e due bambine in età da scuole elementari, altrettanto belle, e figlie e genitori chiacchierano in italiano –corretto e disinvolto quello delle bambine, un po’ indeciso e affettuoso quello dei genitori.

Loro la parleranno. Il giovane uomo dai tratti esteuropei siede sull’autobus, adocchia un altro tipo della stessa età, con i tratti simili, e gli chiede in italiano se è anche lui albanese. No, è rumeno. I due continuano a chiacchierare. Mentre l’autobus riparte, le loro voci tranquille sopra il rombo del motore.

La ragazza dalla pelle scurissima cammina per strada con due amiche, italiane, tornando da scuola, gli zaini sulle spalle, scherzando a proposito di qualcosa, forse a proposito di qualche ragazzo. Dev’essere nata e cresciuta da queste parti. Il suo italiano ha un notevole accento veneto.

Dove vado a volte a fare le fotocopie, un piccolo negozio a ridosso della stazione, la gestrice montenegrina ha un’aria a prima vista burbera, mentre accoglie una processione di uomini nordafricani, di colore, indiani, cinesi, uomini che vengono a fare fotocopie e a ricevere e mandare fax e sempre per le solite odiose faccende, permessi di soggiorno per se stessi e per le famiglie, documenti su documenti dal senso non sempre chiaro, rinnovi che non arrivano per colpa di atroci lungaggini burocratiche, mentre loro ne hanno bisogno, e mentre la loro vita si fa sempre più complicata… La gestrice fa la burbera perché i clienti hanno la testa dura, e non sempre capiscono bene l’italiano, oppure lo capiscono ma si lamentano per tutta questa inefficiente burocrazia e sembrano quasi prendersela con lei. Fa la burbera ma in fondo cerca di aiutarli. Chissà quante altre complicazioni, adesso, con la nuova rigidissima legge sull’immigrazione in arrivo. Chissà quante complicazioni e quanti dialoghi ancora, dentro il piccolo negozio, in un italiano pieno di mille accenti, pieno a volte d’inevitabile sconforto.

Quando davo lezioni di italiano a Londra, ricordo la soddisfazione –di più, ricordo il piacere, quasi la commozione– di sentire qualcuno che entrava nella mia lingua, come in una casa, come in un nuovo corpo. Non importava che le concordanze fossero a volte incerte. Non importavano i verbi non sempre corretti. Chi se ne fregava dei congiuntivi. Una lingua viva è questo, una materia elastica, malleabile, sempre perfezionabile, uno spazio aperto, del tutto accogliente. Era come essere al centro di una stanza e i miei studenti entravano e mi raggiungevano e lì restavamo, insieme, dentro la morbida stanza della lingua italiana.

Lo stesso tipo di soddisfazione che sento ora nel negozio di fotocopie, per strada, sull’autobus, nel fast-food, nel negozio di kebab.

Vorrei che la stanza restasse aperta. Vorrei che le frontiere della mia lingua fossero aperte. Vorrei che il paese non invecchiasse e non invecchiasse la mia lingua, vorrei che il paese non fosse chiuso e non fosse chiusa la mia lingua, vorrei che il paese e la lingua non sprofondassero in questa stupidità provinciale e suicida… Vorrei che la mia lingua fosse un patrimonio che si espande e grazie a questo non si perde, non si esaurisce, non si estingue.

Chi parlerà la mia lingua? Chi la parlerà, in un paese che invecchia anagraficamente e moralmente e nella propria stessa energia, e che pure rifiuta di accogliere nuovi aspiranti italiani, un paese che rifiuta di trasformarsi e di restare vivo, cioè in mutazione, cioè in accoglienza, cioè in un processo di inclusione –che è anzitutto e sempre inclusione linguistica?

Chi parlerà la mia lingua? Loro la parleranno. Nonostante tutto. Loro saranno i nuovi soggetti che imparano a dire io, noi. Loro saranno quelli che parlano, che scrivono, coloro che in questa lingua avranno forse esperienze, sentimenti, lotte da raccontare, laddove noi non abbiamo più nulla, soltanto chiacchiere televisive, discorsi vuoti e senza soggetto.

Loro la parleranno. La stanno già parlando.

[marcomancassola.com]

 
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