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Sui gradini del tempo
Scritto da Marialuisa Fascì Spurio   
sabato 01 ottobre 2005

Mi ero appena laureato e da lì mi si era aperta una voragine dentro che non riuscivo a sopportare. Sapevo di latino e greco, avevo visto le gesta di Enea con gli occhi di Virgilio, conoscevo i modi di quell’aedo che si accecò per cantare Troia come piaceva a lui, ma ahimè, non capivo la mia vita e dove stesse correndo così in fretta. Era il 2 giugno 1979 e Milano puzzava fin troppo di primavera, una primavera già vecchia, quasi in agonia che stava di lì a poco per lasciare il campo alle sudate e per me devastanti giornate estive. Come ho già detto era un tempo strano quello, era forse il mio non voler accettare l’invito ad entrare nel mondo degli adulti che lavorano ed hanno una famiglia, o forse, meno ideologicamente, pensavo che non sarei stato in grado di arrivare a tale nobile e sublime normalità. Così mi ciondolavo nelle vie della mia città, passando da una libreria all’altra, comprando rovinosamente troppi libri per poi chiudermi a leggere. Leggere… come se tutto potesse finire là. Appena un mese prima avevo finito la mia tesi sul terzo libro del Corpus Tibullianum di Ligdamo e Neera; quelle elegie, cioè, che vertono sulla separazione tra il poeta e la donna amata. Veggenza? No, sapevo di poter parlare di tali argomenti con un distacco e disincanto di pochi. A 23 anni avevo solo sognato e studiato, mai trovato l’amore; forse, anzi sicuramente, perché, saltellando da Saffo a Catullo, le cose che vivevo io mi sembravano eccessivamente squallide per meritare quel nome per cui signori illustri avevano cantato. Dunque ritorniamo a Milano e alle librerie e soprattutto a quel giorno, sì, il 2 giugno 1979 di primo pomeriggio. Camminavo con in testa pensieri così inconsistenti da sfiorare il niente. Avevo intenzione di comprare una lirica di Mario Benedetti, “Dattilografo”; non ricordo come mi era venuta alla mente, forse qualcuno me ne aveva parlato, magari anche parecchi anni prima. Parlava d’amore anche questo poeta uruguaiano, ma da dove venisse questo languore romantico non riuscivo ancora a capirlo. Bene, sta di fatto che questa lirica non l’ho mai comprata e peggio ancora, a distanza di 19 anni, non ne ho assolutamente voglia ora che conosco la magia del fato. A quei tempi chi mi conosceva sicuramente avrebbe scommesso che la mia vita sarebbe finita tra le poesie di altri, chiusa in una cattedra in un liceo di Milano, magari vivendo l’adolescenza di futuri presidenti del consiglio o di cantautori malinconici. Primi nella lista di chi aveva già deciso per me erano i miei genitori, anzi mio padre.
Lui, che aveva vissuto tra carte, conti e calcolatrici, sudava ogni volta che vedeva i miei occhi immersi nelle parole di un altro; nell’accorgersi della frenesia con cui credevo agli incanti di un mondo inesistente, si ripeteva ossessivamente che avrebbe trovato un modo per salvarmi. Troppo debole per crederci, troppo filosofo per essere e poco concreto per vivere, insomma ero spacciato. Credo anch’io che forse sarebbe andata così, se quel giorno non avessi incontrato Adriana, se quel giorno lei non avesse capovolto le poche certezze che mi ero costruito, se lei, così piccina, non avesse avuto la forza di portarsi via i miei inconsistenti sogni.
Quando la vidi per la prima volta aveva addosso un tailleur verde, un po’ di gioielli e dei sandali leggerissimi, ma mi giurò che fosse una artista, che dipingesse.  Io non avevo mai visto un pittore in tailleur, a dir la verità forse non avevo mai visto un vero pittore. La conobbi in maniera stranamente inquietante. Mi venne addosso con una furia devastante, tanto da farmi pensare quasi di essere stato investito da un tir in pieno centro storico e immaginate pure il mio stupore quando, voltandomi, mi vidi un esile corpicino e un caschetto nero. Quella fu la prima volta che Adriana mi stupì, ma sicuramente non l’ultima. Aveva due occhi grandissimi. Di fronte a me, sì, lì spalancati, mi tremava lo spettacolo più bello della mia vita.
Di quella giornata ricordo ben poco, ho forse impresse sensazioni ed emozioni che immagini concrete. So solamente che Adriana prese il comando della mia vita senza che neanche lei ne fosse cosciente e dopo poco lo abbandonò di colpo, sparì nel nulla, nel silenzio come mai avrei potuto immaginare. I suoi 20 anni non le somigliavano, ma non sarei riuscito ad appicicarle un’età, non era una creatura umana. Il solo pensiero di sfiorarla mi faceva paura; le braccia sottilissime, bianche… con i suoi gesti sembrava tracciare delle linee, ogni suo movimento era un disegno leggero, uno schizzo a matita, uno dei quadri più belli che avevo potuto ammirare. Mi assaliva la timidezza al pensiero che quel capolavoro potesse essere scalfito da un mio sgraziato sospiro; nient’altro nella mia vita si sarebbe più avvicinato a tale armonia.  
Quella sera stessa mi ritrovai seduto ad un tavolo bianco, mangiando verdure bollite in una mansardina stretta. La casa di Adriana era tutto il contrario del suo tailleur verde, disordinata, buia e spoglia. Era un pittore. Dappertutto e molto più sul pavimento c’erano tele, pennelli e fogli di carta coloratissimi; fogli pieni di linee, disegni chiusi, fitti che avevano un senso di morte addosso troppo inquietante per me che già mi sentivo allucinato.
La brutta illuminazione sembrava scontrarsi con l’idea di pittore che mi ero costruito dentro, ma che lei dipingesse al buio lo si notava già solo dai suoi occhi. Ogni tanto scorgevo anche ritratti di donne, nudi e visi spogli, tutto sembrava ricordare il suo languore, le sue mani lente, ma precise e il suo sguardo che affondava come una spada dritto nell’anima. Era in questo miscuglio di pensieri che le regioni più deboli del mio cuore iniziavano a vivere e a riempirsi; lì, piano piano, i miei sentimenti prendevano forma, si rotolavano e si scontravano senza che potessi decidere quali gettar via. Amai questa donna per tutta la notte, dimenticando poesie e finzioni dei miei giorni passati e la sentivo vicina nel suo modo strano di fare l’amore, lasciandomi insegnare una lentezza che non conoscevo. La mattina seguente mi svegliai assetato di lei e ancora prima di aprire gli occhi la cercai con la mano tra le lenzuola. Non trovandola mi alzai di scatto temendo, sensazione fin troppo tipica, che fosse stato un sogno dovuto ad una semplice serata etilica con gli amici, ma mi ritrovai nelle mansardina stretta. Erano le 10 e pensando a mia madre allarmata, mi vestii in fretta e entrando nel bagno, sullo specchio, con caratteri decisi, trovai un messaggio: “Ti aspetto alle 19:30, ti prego torna. A.”
Così passarono i due mesi successivi, così e solo così avrei voluto passare l’intera vita. Noi due era tutto ciò che la mia mente riusciva a percepire senza troppi sforzi.  
Trascorsi pomeriggi interi guardandola dipingere, raccontandole la mia vita e accontentandomi solo del calore della sua pelle. Lei parlava poco, non amava raccontarsi e io intanto mi inebriavo al pensiero di doverla scoprire da solo. Era un amore semplice, su cui c’è poco da raccontare, non era un amore malato o disturbato, era fatto di quotidianità, di gesti e mezze frasi. Del piccolo arco di tempo immobile che fu Adriana ricordo tutto, quel tutto che in fondo era niente, ma che scaldava fino all’inverosimile. Era un amore fatto di quadri, delle poesie di Rimbaud lette ad alta voce, di lei stesa sul letto con l’accappatoio che fissando il soffitto sembrava trovarci verità  assolute; era fatto delle sue sigarette d’erba prima di addormentarsi, di mattini sudati, di canzoni strane che giravano per le stanze. Io mi ripromettevo di amarla come lei voleva, senza fronzoli o parole, senza doversi spiegare o capire e senza dover dare un senso, per forza, ai desideri e alle paure. Era dunque un amore mai confessato, e di questo mi distruggo, ma comunque vissuto; un amore che parlava poco, ma rendeva tanto e che malgrado tutte le parole che in vita ho scritto, pianto e cantato non riesco a descrivere e a chiudere in una pagina come ho fatto con altri meno intensi.
A volte Adriana rispondeva ad alcuni miei dubbi con un’allegria contagiosa e allora doveva uscire, gridare, ridere, senza motivi decideva anche per me l’umore e non c’era niente che la potesse infastidire, che potesse scalfire quegli attimi di gioia. Viveva le sue sensazioni come un’esteta provata. Sembrava non essere più la ragazza cupa, che di notte tenevo tra le braccia stretta fino a farle male. Paradiso, inferno, ogni cosa era dentro di lei, mentre io vagavo libero nel mio delirio di innamorato incredulo. La malinconia delle sue mani sulla tela, così lontana dalla primavera che portava addosso, dai vestiti che diventavano tutt’uno col suo corpo, mi assaliva come il fantasma di un altro me stesso, come veleno che andava a colpire la mia spensieratezza di poeta senza poesia. Per due mesi ho tremato vicino a lei, sembrava quasi che la sola sua presenza fosse troppo intensa per me. Aveva una leggera luce che immergeva il mio corpo in sensazioni degne delle più belle sinestesie. Le lacrime sempre in bilico e le mani impedite: era lei che comandava ogni mio movimento. Invadeva la mia anima con la forza nera dei suoi pensieri; mi entrava nel profondo con l’inverno del cuore e lì poi, lei, iniziava una lenta e tragica agonia senza ritorno.
L’ultima volta che la vidi fu nel suo letto; quella notte fu l’ultima, l’ultimo bacio, l’ultimo amore vero. La cercai con la forza disperata di un naufrago che tenta di riafferrare la vita in una tavola in mezzo all’oceano. La cercai ed era la sola cosa che il mio cuore facesse, dimenticando tutto il mio passato, le cose in cui credevo, gli amici e il mio futuro già scritto. Tutto per una  donna che non tornò mai più. Non smisi di aspettarla, ogni attimo, ogni gesto era suo, era per il suo ritorno. La sera che tornai a casa sua e non la trovai pensai ad un impegno improvviso; stetti ad aspettarla fino a tarda notte sul pianerottolo finchè, stremato dall’angoscia che premeva sullo stomaco, mi addormentai. Alle 5 del mattino tornai a casa; entrato nella mia stanza rividi, tra libri, dischi e poster, i miei anni e iniziai così un lungo e mai più interrotto discorso col bianco desolante di un foglio. Fu il mio primo romanzo.
Ho scritto decine di libri, ho una moglie e due figli, ma da quel giorno ho solo sperato di rivedere Adriana, senza mai parlarne. Per diciannove anni nel caffè, in una passeggiata, nei tasti della mia Olivetti, c’era la sua assenza, il mio amore e una spaccatura: due uomini profondamente diversi, ma con la stessa faccia. Ho gridato il suo nome nel sonno per diciannove anni, ho sperato di rivederla dovunque: cameriera in un ristorante, benzinaia, la parrucchiera di mia moglie e l’insegnante di mio figlio.

5 marzo 1998  
Adriana, vecchia stupida, cosa credi? Pensi veramente di essere stata amata da me? Cosa immagini adesso con i tuoi quarant’anni sul viso? Povera ragazza, io non ti ho mai amata. Tu eri finta, finta come i tuoi pudori, come i tuoi occhi bugiardi, come la tristezza dei tuoi gesti. No, Adriana, io ho cantato i mattini e i giardini più scintillanti per convincermi che lì, da qualche parte, tu esistessi veramente. Hai vissuto i miei anni più di quanto l’abbia fatto io; hai educato i miei figli, hai amato mia moglie, hai scritto i miei romanzi e hai sfogliato il mio giornale tutte le mattine. Hai bevuto il mio vino, hai guardato le gambe di una donna e le hai sognate. Adriana perfino in mia figlia che non torna mai, in quello spazio tra un respiro e l’altro dove mi accorgo di essere vivo. Ora, cencio di fronte al mondo ingombrante, ho sincronizzato i miei movimenti con la tristezza e niente sembra più spaventoso dell’avalutatività dei miei giorni. Immagino di esserti di meno e mi inebrio di questa farsa, cogliendo appena pensieri sbiaditi. Ma forse è una assenza che riempie la vita; l’arida presenza è morte dei sogni e allontana la sfida continua a quel ragioniere che la mattina si alza presto, col sapore di caffè in bocca, al posto mio. Forse sognare un ricordo è una crudeltà fin troppo gioiosa per l’anima nostalgica che mi porto dentro; è farmi male il mio mestiere. Così invento un altro buffone piangente che accompagna le mie risate salate da lacrime. Oggi per la prima volta ho scritto di te ed è oggi che mi riprendo la vita.

                                                                                                                    L.

 
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