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Regia: Darren Aronofsky Interpreti: Ellen Burstyn, Jared Leto, Jennifer Connelly, Marlon Wayans Produzione: USA, 2000 Durata: 102 minuti
Estate, autunno, inverno. E la primavera non esiste. Ascesa, declino, caduta. E rialzarsi è impossibile, dopo. Discesa nella dipendenza. Televisione, eroina, pasticche. Vari tipi di bisogni chimici o mentali che catturano la vita, la imprigionano nella ripetizione di gesti sempre uguali. La ruota del tossico. Trovare la roba. Farsi. Trovare la roba. Farsi. Trovare la roba. Farsi. Aronofsky sfrutta il montaggio per arrivare (visivamente) al fulcro della dipendenza. La ripetizione. Tagli veloci su mani, siringhe, polveri, braccia, accendini, cucchiai. Tagli veloci su pasticche, televisioni, occhi, labbra. Sara e Harry sono madre e figlio. La madre ha un rapporto di dipendenza con la televisione, il figlio con l’eroina. Entrambi seguiranno una strada che li porterà verso la propria distruzione. La figura più interessante è quella della madre (una grande Ellen Burstyn), del paragone tra la dipendenza da immagini (supportata da quella per alcune pasticche che la signora prende per una dieta) e quella dall’eroina. Ogni aspetto del mezzo cinematografico è sfruttato per rendere l’idea dell’alterazione mentale, del malessere fisico, dell’astinenza. Quando arriva la scimmia non si salva nessuno. Sono brividi, tremori, distorsioni. E allo stesso modo la macchina da presa si muove convulsamente, distorce le prospettive, si incolla sui volti tumefatti di chi è in preda ad una crisi. Aronofsky continua il discorso fatto con Pi greco – Il teorema del delirio, ci fa attraversare mondi malati e ossessioni, ci toglie qualsiasi lucidità di visione, trasforma il cinema in uno strumento doloroso e allucinato, un continuo tentativo di sprofondare nell’abisso umano e nella disperazione, di spostarsi sul confine tra l’osceno e il superfluo, di scavare dentro vite alla deriva. Intrappolato da un montaggio frenetico, una fotografia cupa e una colonna sonora senza speranza, lo spettatore si trova coinvolto fisicamente in un delirante succedersi di scene sempre più dure, devastanti e drammatiche. Impietosa, disillusa, quasi cinica, la regia segue i suoi quattro personaggi e i loro movimenti ciclici e fastidiosi, i loro gesti compulsivi, le loro azioni sempre più sbagliate, sbattendole in faccia al suo pubblico con una durezza quasi compiaciuta e togliendo ogni possibile speranza grazie ad un finale tanto aperto quanto spezzato. Sapore di tragedia greca in chiave moderna, odore di chiuso, di infezione, sangue, siringhe, frigoriferi che si muovono e sbattono, personaggi che escono dalla televisione prendendo vita e, minacciosi, accerchiano un volto che diventa sempre più scavato, spaurito, fragile. E una società che neppure cerca di capire, perchè ha già condannato, e ucciso quasi, ma non conosce assoluzioni.
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