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Dopo la tragica vicenda del maremoto in Asia, alcuni mass media focalizzano finalmente l’attenzione sullo stato di salute del mondo. I dati sono preoccupanti e annunciano che il mondo è malato e ha bisogno urgentemente di cure per non cadere in un processo irreversibile che lo porterà alla morte. Gli uomini che contano nelle scelte politiche lo sanno, ma non si adoperano e non vogliono adoperarsi seriamente per risolvere o attenuare, quanto meno, il problema. Da ogni punto della terra gli scienziati lanciano appelli ed incrociano i dati delle loro ricerche. Il primo grande problema è il surriscaldamento della temperatura: il Goddard Institute for Space Studies della NASA ha mostrato che la media è passata dai 14,01 gradi Celsius degli anni ’70 ai 14,26 gradi degli anni ’80, per raggiungere poi i 14,40 gradi negli anni ’90. Nei primi cinque anni del nuovo decennio siamo arrivati a 14,58 gradi Celsius. L’aumento è imputabile soprattutto al sempre maggiore uso di combustibili fossili e al conseguente accumulo nell’atmosfera di CO2; il carbonio emesso intrappola calore che, in situazione normale, si disperderebbe invece nello spazio. L’aumento della temperatura potrebbe incrementare a dismisura gli squilibri geofisici e, di conseguenza, quelli socioeconomici del mondo. In alcune zone, oggi temperate e fondamentali per la produzione agricola, si avvierebbe un processo di desertificazione; in altre regioni ecumeniche, il calore potrebbe diventare così forte da rendere completamente impossibile la sopravvivenza di animali e piante; nei paesi del Nord Europa potrebbe verificarsi un raffreddamento eccessivo, a causa dello scioglimento della calotta glaciale artica ed il conseguente innalzamento del livello del mare, che impedirebbe alla corrente del golfo di mitigare il clima. Sic stantibus rebus, lo scioglimento di tutto il ghiaccio avverrà, come si apprende dai trecento scienziati che aderiscono al Consiglio Artico, tra non più di settanta anni. Anche lo scienziato americano Gregory D. Foster, in un articolo pubblicato sull’ultimo numero del World Watch Institute Magazine, la rivista della più importante organizzazione internazionale di studio e ricerca ambientale (il Wwi, appunto), ha dichiarato che i disastri ambientali mietono molte più vittime nel mondo rispetto al terrorismo o ad altri eventi minacciosi, ma la gente non ne è affatto consapevole: «Dal 1968 ad oggi il terrorismo ha ucciso 24mila persone, contro le 240mila sterminate ogni anno dalle catastrofi ambientali», spiega il Wwi. Eppure un recente sondaggio svolto dalla Gallup rivela che la stragrande maggioranza degli americani non include neppure l’ambiente nella «top 11» delle «possibili minacce agli interessi vitali degli Stati Uniti». Il secondo grande problema (collegato al primo) che affligge il mondo riguarda il consumismo e lo squilibrio della distribuzione delle ricchezze tra gli abitanti della Terra. Sempre secondo i dati del Wwi, 1,7 miliardi di persone nel mondo guadagnano abbastanza da poter essere classificati addirittura come consumisti, mentre 2,8 miliardi devono sopravvivere con meno di due dollari al giorno e un altro miliardo di persone non ha nemmeno l’acqua sufficiente per dissetarsi. La popolazione che vive in Europa e Nord America, il 12% di quella mondiale, consuma da sola il 60% delle risorse. La popolazione che vive nel Sud Asia e nell’Africa Sub Sahariana rappresenta più del 30% della popolazione mondiale, ma consuma solo il 3,2% dei beni a disposizione. Da un lato, quindi, persone che a malapena riescono a sopravvivere, tra avitaminosi, contagi, pestilenze, AIDS, guerriglie, ignoranza, e violenza di ogni genere; dall’altro lato, una popolazione ricca ed adiposa, sempre più obesa e depressa, sempre più ingorda ed infelice: una popolazione che solo per il makeup delle donne spende qualcosa come 18 miliardi di dollari all’anno, mentre basterebbero 1,3 miliardi di dollari per immunizzare tutti i bambini più poveri. Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, ha affermato che in occidente le persone stanno diventando dei “tubi digerenti”, degli esseri costretti dal ritmo e dalle illusioni della vita a consumare sempre di più, permettendo a pochissimi di arricchirsi, ma che non sono affatto felici. Oltre ad aver danneggiato le popolazioni povere, il feticismo ed il miraggio dell’automobile di lusso, del computer sempre più efficiente, del cibo o.g.m. in grosse quantità, delle comunicazioni sempre più rapide, dei vestiti sempre più lussuosi non ha apportato un reale miglioramento nemmeno nella qualità di vita degli occidentali. La distruzione dell’ambiente da parte dell’uomo non solo è causa di profonde ingiustizie sociali ed economiche, non solo rappresenta mancanza assoluta di rispetto per la vita e per la natura, ma è la superba presunzione dell’uomo irresponsabile che crede di potere tutto e che tutto gli sia dovuto per ordine prestabilito dagli dei. Come nella tragedia greca, però, la punizione non tarderà ad abbattersi se non si attivano oggi tutte le procedure necessarie per tamponare il problema. Innanzitutto occorre investire sempre più in energie alternative biocompatibili e pulite, investire nello smaltimento dei rifiuti e nel riciclaggio, ritornare ad una produzione agricola genuina e ad un allevamento più sano e meno intensivo. E poi, soprattutto, diffondere una cultura della moderazione, che consenta all’uomo di non consumare molto più del necessario e di non desiderare beni inutili e dannosi. E poi ancora, impegnarsi concretamente per consentire ai paesi poveri di uscire dallo stato comatoso in cui si trovano. Ma fino a che punto ed in che modo siamo tutti noi davvero disposti a cambiare? |