|
Il mulino delle donne di pietra |
|
Visioni misconosciute -
Visioni
|
|
Scritto da Fabrizio Bolognesi
|
|
venerdì 25 settembre 2009 |
|
Regia: Giorgio Ferroni Interpreti: Scilla Gabel, Pierre Brice, Dany Carrel, Wolfang Preiss, Olga Solbelli Produzione: Italia/Francia, 1960 Durata: 100 minuti
Il mulino delle donne di pietra è una delle principali opere del gotico italiano. Tratto dai racconti fiamminghi di Peter Van Veigen è una riuscitissima mescolanza di varie risonanze cinematografiche, da La maschera di cera fino a Occhi senza volto per passare financo al Frankenstein di Whale. Ferroni manipola sapientemente tutte queste reminiscenze per dare forma innanzittutto ad una materia curatissima sotto l'aspetto formale: notevolissimi gli allestimenti scenografici, geniale l'uso delle luci e della fotografia di P.L. Pavoni che sperimenta delle soluzioni che inducono quasi l'immedesimazione dello spettatore nella confusione mentale che viene a crearsi nel protagonista. Il mulino delle donne di pietra è un film ipnotico e malsano su un artista folle e la sua ossessione per la figura femminile, che riproduce nelle statue a grandezza naturale in un carillon-mulino. Pur rifacendosi ai canoni anglossassoni, l'horror autarchico di Ferroni (e degli altri autori che si cimenteranno in questo genere) possiede un fil rouge accomunante la quasi totalità delle vicende narrate: la centralità della figura femminile virata al mostruoso, sia nelle raffigurazioni più classiche (la strega) sia in quelle più immaginosamente ibride (la donna vampiro); tale tratto distintivo, nelle opere degli autori di maggior rilievo (Freda e Bava), andrà configurandosi come elemento centrale e nucleo fondante d'una vera e propria poetica della ginecofobia. Visivamente splendido Il mulino delle donne di pietra è un film che nasce sulla scia del rinnovato interesse che il genere horror ha conosciuto in Italia agli inizi degli anni '60. Fino ad allora solo Riccardo Freda aveva cercato di cavalcare il genere con I vampiri e pure con discreto successo al botteghino. Il fatto è che la nostra tradizione, figurativa e letteraria, non contemplava omologhi di Bosch o Edgar Allan Poe da cui attingere per le trasposizioni cinematografiche. Lo sgargiante tripudio di contrasti cromatici è perfettamente coerente col rigore di una sceneggiatura che fonde mirabilmente elementi puramente horror con spunti giallo-thriller. Buone le interpretazioni, solo a tratti forse un po' eccessivamente caricate (sono figlie di quell'affascinanete modo di recitare tipico del genere fantastico degli anni '60). Giorgio Ferroni si cimenterà nell'horror solo un'altra volta, nel 1971 col capolavoro assoluto che è La notte dei diavoli, tratto da una novella di A. Tolstoj.
|