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Utopsia
Café Librario - Archivio 2009
Scritto da Marco Mazzucchelli   
mercoledì 28 ottobre 2009

Autore: Dario Falconi
Titolo: Utopsia 
Edizioni: Michele Di Salvo Editore, Napoli 2008
Pagine: 124


Utopsia è uno schiaffo in faccia, perché ci stiamo tutti addormentando, come vittime di un logorio collettivo. I nostri cervelli si stanno spegnendo sotto un ronzio narcotizzante, le nostre palpebre stanno a mezz’asta e i nostri sguardi sono vitrei di fronte alla televisione, e purtroppo anche davanti gli scaffali delle librerie.
Forse mai come adesso la nostra società si sta appiattendo, come se un virus si stesse propagando tramite gli sguardi “appagati” e “convinti di se stessi” di quelle categorie di persone con cui abbiamo a che fare ogni giorni, e che qui vengono catalogate nelle loro espressioni più rivelatrici e comuni. Siamo sfiorati dall’idea di lasciarci abbandonare alla pace dei sensi ma Utopsia vuole svegliarci da questo afoso e (s)comodo torpore, e per farlo necessita di stravolgere la parola. Leggere questo libro è un lavoraccio, capirne le sfaccettature, tutte quante, pretende tempo e dedizione. Pagina dopo pagina si va avanti a fatica, si arranca, le parole si anneriscono sopra la nostra testa come nuvole di tempesta, rombano e non si vede la luce alla fine di questo tunnel. Veniamo portati per mano anche se si ha la sensazione di venire dimenticati, di non essere presi in considerazione, meglio dire che veniamo strattonati; la lingua italiana borbotta e gioca come non l’abbiamo mai sentita fare (o forse non ce ne ricordiamo e basta?), bisogna allungare l’orecchio per capire cosa dice, e non si ferma, le parole sembrano non fermarsi mai.
È solo sul finale che le nubi si diradano e arriva uno spiraglio. Tutto questo turbinio si placa e si addolcisce un poco. E anche l’autore qui sembra fermarsi a riflettere. Sembriamo tutti di fronte al compromesso per eccellenza dell’uomo. E anche colui che qualche pagina prima ha scritto “Respiro, fuori dall’acqua, perché il cielo è troppo grande e il mare, no, il mare no: non mi basta” viene intaccato dal dubbio. Il punto è che nonostante percepiamo questa realtà come non nostra, nonostante ne siamo delusi, nonostante ci sentiamo dei perdenti, degli sconfitti, la disfatta più dolorosa si annida proprio in questo pensiero di resa che sfiora tutti quanti. Omologazione o solitudine? Davanti a questo bivio anche le parole che prima rombavano e assordavano con lunghi e ridondanti echi si debbono calmare, allisciarsi, standardizzarsi. Ed è triste rendersi conto come è proprio a questo punto della lettura che ci si sente di più a nostro agio, coccolati da ciò che ci è familiare.
È un libro difficile, fa venir voglia di gettarlo a terra un sacco di volte, ma è solo perché stiamo diventando dei dannati pigroni. Personalmente credo che la letteratura debba prendere questa strada.

 
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