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Autore: Pierre Mac Orlan Titolo: Piccolo manuale del perfetto avventuriero Curatore: Giulio Minghini Edizioni: Adelphi Biblioteca minima, Milano 2007 Pagine: 72
È in libreria un libricino assai intricante – giusto per ogni stagione delle nostre letture – dal titolo ammiccante: “Piccolo manuale del perfetto avventuriero”. Il suo autore Pierre Mac Orlan (1882-1970), nom de plume di Pierre Dumarchey, in omaggio alla città di Orléans, intellettuale, lettore accanito di Stevenson, Kipling e Defoe, negli anni neri della Parigi da bohème amico di Picasso, Apollinaire, Vlaminck, Max Jacob e Francis Carco, lo scrisse nel 1920 su richiesta di Blaise Cendras della Casa editrice La Sirène. Dopo una breve Premessa, in cui l’autore fa un elogio a Stevenson e spiega che il suo manuale si rivolge agli adolescenti di ambo i sessi, in apertura del secondo capitolo – molto breve e agevole alla stregua di tutti gli altri – Mac Orlan tiene a stabilire il seguente assioma: “l’avventura non esiste”. È, infatti, nella fantasia di chi la insegue fissarne i limiti dell’immaginazione. Così scopriamo che ci sono due tipi di avventurieri, quelli attivi, che l’avventura la vivono, e quelli passivi, come lui, che viaggiò poco, lungo le coste del Mediterraneo sulla scia di un orientalismo ormai quasi decadente, al seguito di una donna di lettere che lo spesava – spiega Giulio Minghini nella postfazione all’opera – per i suoi servigi di segretario particolare. “Con la sfacchinata degli uomini d’azione – ci rammenta Mac Orlan – i sedentari si procacciano un’infinità di piccole gioie, varie e delicate, che scaldano deliziosamente il banchetto della vita”. L’eroe della storia è il cavaliere di ventura, un individuo che influenzerà la fantasia del lettore tanto più la sua vita sarà misteriosa. Il suo gergo – forza della parola – dal jobelin di F. Villon, al soudardant del capitano Lasphrise, ai neologismi dell’argot moderno contribuiranno ad accrescerne il mistero. Le vicende che affronta l’avventuriero attivo sono infinite e – ahimè! – la maggior parte volgari. Ecco perché, mette bene in evidenza Mac Orlan, quelle storie si trovano ormai relegate nei trafiletti di cronaca o nei romanzi a puntate. Ciò nonostante, al lettore sono suggerite le letture di: Stevenson, London, Defoe, Conrad, Combette, Auzias-Turenne e altri ancora. L’avventura ha anche i suoi spazi e non potrebbe essere diversamente: in primo luogo la guerra e i viaggi, ma contrariamente ad ogni attesa, l’autore afferma che: “non valgono la pena di essere praticati”. La prima, per chi come lui l’ha vissuta – meritandosi anche una medaglia al valore – consiste di delusioni e rimpianti. Con i viaggi, invece, “l’autentica bellezza dell’azione finisce per essere schiacciata dagli aspetti molesti”. Tutto sommato, però, suggerisce Mac Orlan, è prudente viaggiare un po’, scegliendo accuratamente le mete: la Bretagna, la costa mediterranea, Parigi e infine l’Olanda: “classica terra degli uomini d’avventura e del mistero tranquillo”. Ci sono anche città da frequentare: Anversa, Rouen e Le Havre, Honfleur e Rochefort. Senza dubbio alcuno sono da vivere anche le taverne, come quella che apre L’isola del tesoro di Stevenson: “piantata sul ciglio di una strada costiera come uno di quei mucchi di pietre che indicavano il cammino ai pellegrini – quella strada dove Pew, il pirata cieco, un’autentica carogna, turbava con il suo bastone il silenzio notturno della campagna, come in un incubo giapponese raccontato da Lafcadio Hearn”. Altro aspetto assai rilevante del romanzo d’avventura è anche l’erotismo, tema da trattare in modo un po’ sornione, che deve fare capolino un po’ qua un po’ là. Si tratta di un aspetto della vita privata dell’avventuriero che, però, sottolinea con certa stizza Mac Orlan, è sistematicamente rimosso perché sia in Francia sia in Inghilterra (ma anche dalle nostre parti) il romanzo d’avventura è impropriamente sinonimo di “opera didascalica destinata unicamente ai bambini”. Infine, per concludere questo “Piccolo manuale”, autentico manifesto letterario scritto sulle orme della personalissima mitopoietica del suo autore (che come ebbe ad affermare approdò alla scrittura perché “buono a nulla”) il romanzo d’avventura arriva al suo epilogo con la morte dell’eroe, che è raramente bella da vedere: fucilazione, ghigliottina o impiccagione. Di contro, gli avventurieri passivi, afferma e chiude con ironia Mac Orlan: “muoiono, come tutti, nel loro letto, sulla pubblica via,o all’ospedale”.
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