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Autore: Jorge Luis Borges Titolo: L'Aleph Edizioni: Feltrinelli, Milano 2000 Pagine: 184
L’Aleph è un’antologia di diciassette racconti, più un epilogo. E in quest’ultimo il suo autore, l’argentino Jorge Luis Borges, ci informa che due racconti «sono degni di fede», gli altri «appartengono al genere fantastico». I temi trattati sono il cosmo e il caos, il tempo e l’infinito, l’assoluto e il momentaneo, la vita e la morte, la realtà e il sogno, il male e il bene, la modestia e la superbia, la ragione e la follia, l’uomo e le creature, la specie e l’individuo, gli atti e i simboli, la storia e la fantasia. L’Aleph, intrecciato col gusto della parodia, dell’inverso, della metafora e del simbolo, nella sua oscura geografia è meccanismo complesso di temi universali, legati all’unicità del destino che ogni uomo - microcosmo e anche «simbolico specchio dell’universo» - deve compiere al di fuori del tempo perché «tutto esiste infinite volte». Così questo è un libro di congetture, di discussione letteraria, di pura speculazione, una sorta di scandalo della ragione in cui «il narratore è un asceta che ha rinunciato al commercio con gli uomini e vive in una specie di deserto». E, infatti, ne La casa di Asterione, Borges fa dire al protagonista: «La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura.». Eppure, lo stesso Borges, poche pagine più in là, nel racconto che dà il titolo alla raccolta, scrive: «Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gl’interlocutori condividono.». L’Aleph, così come tutta l’opera di Borges, è originale ricerca di metodo, di stile, di lingua sospesa tra l’ordine e il caos, la norma e l’assurdo, in una incessante ricerca della verità che è, alla fine, delegata alla sensibilità di ogni singolo lettore.
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