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Vertigine. Infinito. Un brivido m’attraversa - lama d’acciaio! - la carne. Precipito senza appigli possibili... tant’aria da mancare il respiro, tant’azzurro d’accecare! Precipito in uno spesso, denso, quasi liquido profumo d’immenso e viole! Immagini a lacerarmi la mente; brandelli di nuvole, veli stracciati, sguardi che s’agitano intorno a me leggeri, leggeri... A velocità vertiginosa vedo allontanarsi il sole e avvicinarsi la superficie smeraldo d’un mare calmo, brillante. Aria aria aria, spazio, vuoto; mi sembra di planare, immobile, come gabbiano. Riflessi che accecano, vibrazioni, fruscii, fischi acuti mi forano i timpani e solo vorrei sprofondare nell’acqua e infine sparire. Vele spiegate, vedo laggiù una nave. Finirò infilzato su un pennone? L’angoscia mi brucia come piovra di fuoco attorcigliata a viso e gola. Perché mi sono avvicinato tanto al sole? Di cosa ero alla ricerca? Perché ho voluto staccarmi da terra, rinnegare ogni forza di gravità e gustare il supremo piacere del volo? Ciò che rimane dei miei desideri, d’ogni mio sforzo è solo quest’infinito, doloroso precipitare. L’aria mi strappa la pelle, come acido attacca la carne, la corrode, s’insinua tra i miei organi, dissolve polmoni e cuore fino a voler consumare le ossa. Continuo a precipitare spogliandomi della materia, restando puro spirito. Vorrei appigliarmi alle vene che vedo srotolarsi e lasciare scie rosso sangue nell’azzurro. Non c’è più traccia del soffice, puro bianco delle mie ali. Non c’è più traccia delle ossa fatte sabbia, sparite in questi strati di niente. Come sarà l’impatto con la superficie del mare, ora che sono ridotto a una nullità pensante? Sentirò un tonfo, un impatto, un qualche rumore o... il Nulla? L’unica cosa che non riesco a disperdere sono i miei pensieri, i miei ricordi. Rivedo quel dannato labirinto di spazi taglienti come lame, affilati più di sguardi inesistenti. Sento, di nuovo, il vuoto rovente della solitudine bruciarmi dentro, una delle ragioni che m’ha spinto al volo. Non potevo restare in quell’inferno di vuoti e panico; nascondermi come ombra per il terrore d’imbattermi, a ogni istante, con la Bestia Immonda, l’Uomo-Bestia: il Minotauro. Un vero Mostro o solo il riflesso di me stesso? Di chi ho veramente paura, di cosa? Della morte, dell’annientamento, del dolore, della decomposizione, dei vermi che assaliranno la carne e renderanno la materia cumulo di purulenza, melma nauseante? Di lasciare questa luce che m’acceca, dell’impossibilità di sprofondare nel fresco azzurro del mare, di dimenticare il profumo d’un prato verde, il bianco della neve? O il mio solo terrore è di dimenticare. Eppure, m’è capitato di desiderare d’addormentarmi e restare abbandonato come ciottolo ai bordi d’un fiume. Senza sogni, senza incubi, senza più desideri. Ciò non è stato possibile. Ho continuato a vagare in quel luogo di spazi concatenati, abitati da un Mostro finché, attanagliato dal terrore ho costruito ali e con un sol gesto delle braccia mi sono staccato da terra. Non potevo immaginare cosa m’attendeva! Come avrei potuto? Credevo di trovare aria aperta e respiro, luce e calore, leggerezza e libertà; l’unica cosa che ho ottenuto è stato questo disperato, doloroso, infinito precipitare. Nel Nulla. Ho visto allontanarsi muri, spigoli, barriere, svolte, vicoli ciechi. Allontanarsi e sparire. Nessuna traccia del Mostro... Dov’era il Minotauro, dove s’era nascosto? Forse, spalle addossate contro un muro, mi guardava volare verso il sole e, in silenzio, gioiva. Ibrido Immondo, lui non possedeva ali. Io, Icaro, ero riuscito a costruirle, ma ignoravo che ogni battito m’avvicinava alla fine. Il Mostro m’aveva vinto senza sfiorarmi, senza neanche rivolgermi uno sguardo. M’aveva iniettato nelle vene un veleno mortale col solo potere della sua assenza-presenza. E ora, di me che sprofondavo nel Nulla, rideva. |