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C’era una panchina me la ricordo. Era messa là. In legno. Con le scritte sopra. Dediche, pezzi di canzone, qualche numero di telefono, offese. Qualche cazzo qua e là, disegnato male, col pennarello nero ed i peli neri come baffi di gatto. Non ci stavamo a sedere. Mettevamo i piedi sulla seduta. Eravamo più in alto. I capelli sugli occhi, le spalle curve in avanti. Un cane gironzolava senza collare, senza meta, trotterellava con le gambette da bastardino, ci guardava, continuava il suo giro che sembrava fatto di appuntamenti fissi. Annusava gli alberi secchi con poche foglie ancora attaccate. Dei fuscelli piantati là in mezzo che facevano tristezza e tenerezza in ogni stagione. Davanti alla panchina c’era un piazzale immenso di cotto rosso, messo insieme da piccole piastrelle che se frenavi con la bicicletta slittavi e cadevi. Nessuno parlava. Stavamo lì. Fermi ad aspettare. Non passava mai nessuno. Il cane pisciava ogni pomeriggio su tutti gli alberi. L’odore era il suo. Marca il territorio, diceva sempre qualcuno di noi. Alle nostre spalle c’era un palazzo alto quindici piani che un tempo doveva essere stato bianco. Adesso aveva più crepe che un castello assediato, più buchi di una casa di Sarajevo. Si staccava a listelli, si sfaldava a pezzi di gomma. Non era intonaco, sembravano scaglie di detersivo. Sotto c’era del catrame nero che con il caldo restava appiccicato alle dita. Le sterpaglie tra il palazzone e la panchina erano secche. Bruciate dal sole. Una volta all’anno venivano quelli del Comune a raderle al suolo, a tagliarle con il tosaerba elettrico con quell’odore fresco che si spandeva in aria che ti dava il senso della primavera, del cambiamento. Vedrai, diceva qualcuno. Ho visto. E non ho visto niente di nuovo. Né di buono. Palazzo, piazzale, panchina. Il sole perpendicolare. In casa faceva un caldo soffocante. Avevamo le pale attaccate al soffitto che emettevano un ronzio asfissiante e continuo ma che ci facevano sudare lo stesso. Non aprivamo le finestre per non far entrare le zanzare. Le pale arrugginite rintontivano, facevano perdere la bussola. Non riuscivamo nemmeno a capirci; se avessimo parlato, in casa mia, non ci saremmo capiti. Mio padre e mia madre non facevano l’amore da molti anni. Si vedeva nei loro occhi spenti, nelle loro occhiaie, nelle notti che mio padre passava alla televisione, allucinato da quei colori che si spandevano sui muri bianchi del piccolo salotto. Non c’era un quadro, una stampa, una fotografia. Nemmeno un tappeto per terra. Tutti a piedi scalzi, anche d’inverno. Ci si incrociava per le stanze, nei piccoli corridoi e ci grugnivamo saluti contro. Aprivamo il frigo, facevamo colazione ognuno per conto proprio. Nessuno che abbia mai detto all’altro un buongiorno, anche stiracchiato, anche grinzoso o a mezza voce. Spettinati, annoiati dall’inizio di un’altra giornata. I pantaloni calanti sulle mutande. La passata sulla testa di mia madre a tenere fermi quei suoi capelli grigi e crespi. Il grembiule sfatto sullo schienale della sedia. Volevo solamente uscire. Prendere aria. Fuori non c’era niente, ma era un niente che potevo disprezzare, offendere, scarnificare, prendere a calci. Era uno schifo che potevo dipingere e colorare, scriverci sopra e sputarci contro. Di mio avevo soltanto quei due in casa che con la loro presenza mi ricordavano che ero figlio loro, che venivo da quel buco, da quel tugurio, e che tanto lontano non sarei potuto andare. Avevo il loro cognome, non potevo andare lontano. All’angolo del palazzo ogni tanto si trovavano nelle sterpaglie alte dei giornali porno con le pagine appiccicaticce. Li prendevamo con i guanti. Erano guanti gialli di pelle con le scritte stampate sopra in rosso. Li avevamo tutti. Li mettevamo per andare in motorino. D’estate ce li infilavamo nella tasca posteriore dei jeans. Li sfogliavamo tenendoli con l’indice ed il pollice. Sapevamo tutte le pagine a memoria già prima di cominciare a voltare le pagine. La scuola era finita e mancavano tre mesi prima che ricominciasse. Saremmo stati lì ad ammuffire. Senza un nemico sul quale sfogarci eravamo persi. Senza i compagni di classe con i quali litigare, senza i professori da fronteggiare, ci sentivamo vuoti, persi, svuotati, perduti. E stavamo lì appollaiati ad ascoltare il treno ed a voltare la testa in direzione della ferrovia ogni volta che passavano una serie di vagoni che tiravano dritto senza fermarsi nella nostra stazione. Sembrava che il macchinista accelerasse quando vedeva il nome del nostro paese. Alzavamo le teste come galline che aspettano il becchime. Conoscevamo gli orari a memoria. Quello va a Roma, diceva sempre qualcuno di noi. Se andava verso sinistra. Quello va a Milano, se andava verso destra. Per noi esistevano soltanto Roma e Milano. E noi stavamo nel mezzo, con la possibilità di raggiungere entrambi ma con un’innata masochistica impossibilità di farlo. Sembravamo legati da corde invisibili, da giorni tutti uguali, come se dovessimo timbrare il cartellino su quella panchina, come se lasciarla per un giorno, una settimana, o un’estate volesse dire perdere noi stessi. Un giorno ho preso un treno. Quella città è troppo grande, ha detto qualcuno. Ti perderai, hanno aggiunto. Mia madre ha pianto. Mio padre è rimasto a guardare la televisione. In fondo erano tutti contenti che almeno uno non fosse più su quella panchina a veder passare gli altri.
[da racconti di periferie09 a cura del Gruppo Opìfice|selezione di Casa Lettrice Malicuvata]
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