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C’erano tutti. Mi scrutavano torvi saettando improperi dai loro sguardi severi. C’era chi pontificava tra quello che la scuola doveva essere e non era più; c’era chi blaterava improbabili avvisaglie giudiziarie e c’era, come poteva non esserci, chi smaniava per andarsene. La preside, dopo aver placato il tumulto con la sola imposizione delle mani, s’avvicinò alla mia seggiola d’imputato con fare ancheggiante. “Professore. Le chiedo per l’ultima volta: lei conferma quello che sostiene?” m’intimò in capriole di sopraccigli. “Anche” balbettai distratto pensando a voce alta un pensiero inadeguato. “Anche. Fianchi. Pressappoco significano la medesima cosa. Il vocabolario potrebbe annoverare una parola nuova: le fianche! Non male vero?!” cercai condivisione ma trovai collerica animosità. Ero per tutti un fiancheggiatore.
“Professore, adesso basta!” ribadirono con fiero piglio un paio di fiere. E via, giù, con una serie di rocamboleschi luoghi comuni col fare dignitoso dei minestroni delle pubbliche distruzioni. La scuola è così. La scuola è questo. La scuola è tuttavia. La scuola è giustappunto. La scuola è ma lei sa cos’è la scuola.
Rigore.
Disciplina.
Autorità.
Non riuscivo più ad intravedere il collega di matematica ma avrei giurato che da un momento all’altro mi si sarebbe parato innanzi con la versione originale della Magna Charta.
“Lei è disposto a fare una dichiarazione scritta di quello che va sostenendo?” il cosiddetto dirigente scolastico sollecitò una mia ammissione di colpevolezza. Lezzo di golpe. “Certo che sì” sostenni vivamente “non vedo motivo di rimangiarmi la parola. Solo una volta mi rimangiai la parola: quando l’alfabeto morse!” deflagrai in una risata irriverente che non trovò complicità ma solo accessi d’ira. “Lei” ancora la fiancheggiante ingonnellata. “Persevera, quindi, col sostenere che Giannitti non bestemmia ma, altresì, suole esclamare spesso…” S’interruppe concedendomi la gloria della citazione: “Porco odio”.
Non volevo prendermi gioco di nessuno né tantomeno promuovere azioni delatorie contro la rispettabile istituzione ma io non udivo blasfemia dalla bocca fanciulla di quel ragazzino ma solo modalità alternative d’imprecare aiuto. Senza padre e con una madre depressa in una cella d’appartamento d’una provincia arida, la sua era esistenza rabbiosamente tediosa. Altro non poteva che inventarsi adulto che per lui, emarginato e senza riferimenti nobilitanti, significava essere cattivo.
Boati di beoni ululavano la sciocchezza vile del tutti vanno trattati alla stessa maniera. E che la scuola è un ammortizzatore sociale? Quante volte mi si era riproposto il vomito maleodorante di questa scempiaggine spacciata per sacrosanta verità. Cazzate. A problemi complessi ci vogliono risoluzioni complesse. I ragazzini di oggi non sono quelli dell’ottocento, eppure tra poco qualche ministro tornerà a rimpiangere le scudisciate degli alteri maestri del secolo decimo nono. Cazzate. Se io, insegnante di nuoto, ho due ragazzi di cui uno si regge a galla e l’altro no, dovrò necessariamente avvinghiarmi al secondo per evitare che affoghi. Tutti hanno il diritto d’imparare a nuotare. Ci si mette lì e si lavora di quadricipiti e polpacci, ma, porca puttana, si rimane in superficie. Perché se vai a fondo è finita e per riemergere non ti resta altro che aggrapparti agli altri. E allora si è perduti. Vinti. Schiavi arresi al desiderio di respirare autonomamente. Solo le piovre hanno tante braccia da offrire. E così, per il resto della vita, sarà sempre un percorso a tentacoli. Si trattava di sospendere Giannitti per la quarta volta e liberarsene definitivamente come proclamò inorgoglita la pettoruta professoressa di chimica.
Liberarsene definitivamente.
Quelli come Giannitti sono il cancro e vanno eliminati perché non sono un buon esempio per i compagni di classe. Perché ci devono pensare le famiglie, mica sono la madre io! Perché è colpa soprattutto delle medie! Perché basta con questo assistenzialismo.
Io e Giannitti avevamo un rapporto poco ortodosso. Io sapevo che non era in grado di restare più di trenta minuti seduto al proprio banco; lui sapeva che, suo malgrado, avrei dovuto fare lezione. Avevamo raggiunto un compromesso ratificato ufficialmente insieme con la classe e ribattezzato pomposamente con il velleitario nome di Banco di prova, suggellato dalle foto di rito e da strette distratte di mani dimenate. Lui, Giannitti, aveva il diritto ogni quarto d’ora d’alzarsi indisturbato ma senza recare fastidio al normale svolgimento della lezione. Ogni tanto s’inveleniva emanando il suo proverbiale Porco Odio ma subito rompeva le righe in un rogo dirotto d’autentiche scuse. Nei suoi temi sgrammaticati urlava tutto il suo disappunto d’esistere, i suoi ingrati quattordici anni che non sapeva come spendere. Le sue storie abbarbicate ad un muretto d’amicizie deluse e d’approcci sessuali troppo precoci da lasciarlo interdetto, fugaci ombre di gioia in un ginepraio mortificante. Scriveva male, certo. Ma aveva qualcosa da scrivere: della madre che venerava perché lo aveva cresciuto e che doveva proteggere da “quello stronzo infame che se la vuole portà via”; del padre, morto giovane, e delle sue fotografie da bel calciatore e che lui “un giorno l’avrei emulato (come è stato contento quando ha scoperto il significato del verbo emulare) perché professò io so forte a gioca a pallone; c’ha presente Goran Pandev?!” Gli mettevo la sufficienza. Mai per accondiscendenza fasulla, né per patetica commiserazione. Semplicemente perché la meritava. E lui soleva venirmi incontro incredulo a biascicarmi, tra varie volgarità e porchi odii, uno sfuggevole grazie. Lo riconosco, quel Grazie era il mio trionfo. Dentro di me stuole di bellissime ballerine brasiliane danzavano un samba tumultuoso. Poco tempo fa una giovane maestrina d’italiano era precipitata, quasi invasata, nell’aula professori con occhi sgranati di miracolata indulgendo in un ossessionante: “Oddio, questi non sanno sillabare!” Gli avrei dato una capocciata all’istante. E poi gli avrei chiesto: “Sillabami la parola Ca-poc-cia-ta!” Ovunque deresponsabilizzazione e acquiescenza di chierichetti docili, apostoli malfidi, cospiranti Pilati impalati, destinati, loro malgrado, allo sberleffo tragicomico d’una insopportabilmente frugale Penultima cena.
“Ma perché dobbiamo costringere uno che non vuole venire a scuola, a venirci per forza?” vecchio ammonimento da docente lindo e punto e accapo senza macchia, e piccato. “Perché è civiltà” evasi in un bignami di socratica sapienza. “Non assecondare le volontà d’un ragazzino ma bensì esaltare con ostinazione la propria acquisita maturità. È civiltà non essere arrendevoli di fronte a chi è arreso; non essere vili di fronte a chi è vigliacco; non essere arroganti di fronte a chi è arrogante. È civiltà dimenticare il nostro miseramente egocentrico amor proprio e vivere ogni giorno per tramutare gli insulti di oggi nella riconoscenza di domani. Se allo sputo si risponde allo sputo s’inaugura un codice comportamentale che accredita quel gesto. Non solo: lo sublima. Incoraggio colui che è debole di valori ad abbracciare valori deboli. È così che la società si sta frantumando. Ingannevoli dispute tra cattivi allievi e cattivi maestri. Di-sputare, non se ne può più”. La concione d’inadeguata eloquenza oratoria sortì l’effetto d’ammutolire tutti. Per qualche prezioso istante presupposi d’assaporare la fragranza aerea del famigerato settimo cielo, senonché, a blandire il fatale incantesimo, s’alzò il cenno d’una vate vigorosa, irosa, in voga di vaticinii. “Ci sono regole che vanno rispettate. Ad un comportamento scorretto corrisponde una ragionevole punizione. Non c’è da dissertare ma solo da applicare una norma!” “Se noi gli togliamo la scuola” mi sorpresi ad urlare “a chi, al di fuori di essa, non ha niente, siamo complici del suo isolamento, della sua perdizione. Noi tutti saremo corresponsabili del male che egli ineluttabilmente stabilirà di fare agli altri e a se stesso!” Sibilò un passaparola di feroce contrarietà che s’esalò asfissiante dalla gola biliosa della burocrate sovrintendente al presidio scolastico. “D’accordo professore. Finiamola! Si metta a verbale che Giannitti verrà sospeso per quindici giorni con un solo voto contrario, quello del professore. Le va bene così?” Mi rivolse un’occhiata melliflua. Annuii. Dentro di me uno sbraitante coro gregoriano la stava mandando affanculo in latino. Una suggestione linguistica affascinò un riverbero di delirante corrispondenza. Frantumare e crepare. Crepare è sinonimo di morire ed è sempre subordinato all’azione di chi frantuma. Tutto va in frantumi e si fanno le crepe. Se qualcosa crepa il decorso della frantumazione non può essere interrotto. La morte è fine a se stessa. Questo l’assioma conclusivo della mia silloge di sillogismi. Quasi per forza d’inerzia detonò nella mente una celebre poesia d’Ungaretti.
Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro
Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto
Ma nel cuore nessuna croce manca
E' il mio cuore il paese più straziato
Questo era il mio stato d’animo eppure m’avevano raccontato che il nostro fosse tempo di pace. Qualcosa non torna?
Giannitti non torna. È crepato. S’è frantumato per sempre. Il solito motorino senza casco. Una parentesi di cronaca d’un qualsiasi telegiornale dopo i servizi della politica e prima del meteo. Cose che accadono. Disgrazie. Fatalità. Nuove generazioni. Dolore. Gli amici dicono di lui. Dopo il marito anche il figlio, povera signora. Non è colpa di nessuno. No, non è vero. La colpa è soprattutto delle medie e di questo assistenzialismo esasperato. E che cosa è diventata la scuola? Un ammortizzatore sociale?
Porco Odio. È colpa mia. [da racconti di periferie09 a cura del Gruppo Opìfice|selezione di Casa Lettrice Malicuvata]
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