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abbandono oblio deserto
Scriptorium - periferie09
Scritto da Simone Rossi   
martedì 19 gennaio 2010

[abbandono]
La prima volta che trovo una stanza a Bologna è appena iniziato gennaio: mio nonno è ancora vivo.
Costa poco, è singola, c'è internet: basta.
La tipa è gentile. Fricchettona, ma gentile.
È vestita come il suo cane, letteralmente: lei ha i pantaloni verdi della tuta e una felpa rosa, e il suo cane pure. Rosa è anche il nome del cane.
Le faccio notare questa cosa dei vestiti uguali (lei non se n'era accorta).
Ah, guarda! È vero! Non ci avevo fatto caso! Rosa, hai visto? Sei vestita come la mamma!
Rosa è nera. È un mastino napoletano.
Non c'è problema, penso.
Il cane non è mio, dice lei.
Non c'è nessun problema, penso.
È del mio ragazzo, dice lei. Lui ha avuto qualche casino e allora l'ha lasciato a me.
Il tuo ragazzo è un punkabbestia, penso. Gli sbirri l'hanno legato perché gli hanno trovato addosso una qualsiasi delle tante sostanze che smazza, adesso probabilmente è in galera, e in galera i cani non ce li fanno entrare. Non c'è problema. Non c'è davvero nessun problema. Smetto di pensare, parliamo. Sparo subito i colpi migliori: suono, scrivo, tiro su la tavoletta del cesso, la ritiro giù.
Beviamo un tè, lei fuma una sigaretta, Rosa dorme.
Torna la settimana prossima, dice lei. Ti faccio conoscere la mia coinquilina.

Un week end di metà gennaio muore Tonino Gamberini detto Bartulò, di anni 82.
Sua moglie se l'aspettava, ma non se lo sarebbe mai aspettato. Sua figlia si ritrova a pensare che forse questa è una liberazione. Io mi ritrovo con mio nonno in una bara e il mio nome su una corona di fiori, e posso farci veramente poco.
Però penso a una scena: la scena del nipote che chiama la nonna da un appartamento al sesto piano alla Bolognina, con i cani neri vestiti di rosa e la Verde Dorata Virginia, il Pratello monello e i muri con il pennarello, il cappuccio tirato su e le notti a far finta di avere una macchina da scrivere, no, non ce la faccio.
Come stai, nonna? Io sono a Bolo! La strada vede tutto, nascita e lutto! Ah, la scena culturale bolognese! Non puoi proprio capire, guarda!
Come vuoi che stia, idiota di un nipote, tuo nonno è morto l'altro ieri e tu vai a sputtanarti i soldi che non hai vivendo in una casa che non ti serve insieme a Rosa e alla padrona di Rosa, che il cane non è nemmeno suo ma del suo moroso punkabbestia.
Infatti no, scusami nonna, non ci vado. Rimango qua.
Rimango a Forlì.
Anzi, no: in provincia di Forlì.

Mando un messaggio alla fricchettona: Scusa, è successa una cosa brutta. Non ci vengo più a Bologna. Scusa. Dai pure la stanza a qualcun altro. Scusa. Ciao.
La fricchettona non mi risponde. Chissà se ho scritto bene il numero.

[oblio]
Un pomeriggio di metà marzo prendo un sasso bianco dal vaso di fiori e me lo metto in tasca.
Mi siedo sul cemento, guardo la sua faccia da capo indiano incastonata nel marmo.
Cimitero di campagna alle due di pomeriggio di un martedì, il niente pieno di uccellini.
Nonno, mi sembra di stare dentro a quel racconto che non ho mai scritto, quello della tipa che va a piangere sulla tomba del suo insegnante di pianoforte, però se la guardi bene non sta piangendo.
Nonno, ti volevo dire che vado a Bologna. Ho trovato questa stanza, un'altra, non quella del cane. Sono due mesi che mi faccio invitare a pranzo dalla nonna, mi alzo alle nove e non faccio colazione, così mi viene fame a mezzogiorno: passatelli in brodo, cotolette, pomodori in gratè, pesche sciroppate, susine sciroppate, una fetta di panettone che mi è rimasto lì da Natale. Caffè, divano, Famiglia Cristiana.
La nonna mangia a testa bassa, poi mi dice: Andiamo di là, devo misurarti un paio di pantaloni.
Un paio di pantaloni tuoi.
Cucinare e cucire: Ada Ricci fu Gamberini non conosce altri modi per tenere insieme i pezzi. Cucinare, cucire e andare alla Messa. E venirti a trovare a orari improbabili, così non incontro nessuno che tanto non ho voglia di incontrare nessuno.

Nonno, quando vengo a mangiare da voi mi siedo sempre al tuo posto: me l'ha chiesto lei.

[deserto]
La seconda volta che trovo una stanza a Bologna è metà marzo, la settimana scorsa.
Prezzo un po’ più alto, ma basso abbastanza, Fastweb, una finestra che dà sul muro della casa di fronte.
Bellissima, la prendo.
Le coinquiline sono pulite, troppo pulite, pulitissime. Sono altoatesine. Sul frigorifero c'è un foglio con sopra i nomi degli aspiranti coinquilini. Di fianco a ogni nome c'è il numero di cellulare e due righe di giudizio. Numero dodici, simone rossi: "Simpatico. Ride sempre. Suona un sacco di strumenti. Potrebbe insegnare a suonare la chitarra a Sonja”.
Le altoatesine sembrano conquistate. Mi sceglieranno, sono sicuro.

Non mi scelgono. Mi chiama Sonja l'altro ieri e mi dice: Guarda, avremmo scelto te.
Però usi il condizionale, dico io.
Lei non capisce.
Cosa?
No, dico: usi il condizionale. Vuol dire che c'è qualcosa che non va.
Ah, sì, il condizionale. Sì, c'è qualcosa che non va: il padrone di casa vuole un universitario, perché ha la convenzione con il Comune e può prendere solo degli universitari. Se dovessi venire tu, lui sarebbe costretto ad aumentarci l'affitto.
Ancora il condizionale. Ma non si può dire che sono uno studente anche se non è vero? Il badge ce l'ho ancora.
No, dice Sonja: non si può.
Ma lui non lo deve mica sapere, dico io.
Ormai gliel'abbiamo detto.
Gli unici studenti universitari onesti di tutta Bologna sono due studentesse universitarie altoatesine.
Affanculo voi e i vostri canederli, penso.
Allora ci sentiamo, dice Sonja.
No che non ci sentiamo, Sonja. Non ci sentiremo più. Checcazzomifrega di sentirti. La mia vita ha incrociato la tua perché avevi una stanza a poco prezzo da affittarmi, non me la affitti e allora ciao, addio, adesso cancello il tuo numero dalla rubrica, devo liberare un posto.

La terza volta che trovo una stanza a Bologna non c'è stata, è luglio e mia nonna firma ancora i biglietti d'auguri al plurale. I miei amici continuano a fare figli, io no.

[da racconti di periferie09 a cura del Gruppo Opìfice|selezione di Casa Lettrice Malicuvata]

 
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