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Aletheia
Scriptorium - periferie09
Scritto da Gianfranco Franchi   
mercoledì 20 gennaio 2010

Una volta ho sognato di correre in una maratona. La maratona si teneva in un bosco. Ai nastri di partenza eravamo in tanti, ciascuno con la sua pettorina, diversi con lo sguardo spiritato. Poi c'era stato il pronti, partenza, via, e io avevo cominciato a galoppare. Man mano, avevo guadagnato la testa della corsa, e non avevo nessuna voglia di voltarmi indietro. Soltanto, correvo. Correvo. Fino a un certo punto, avevo incontrato dei cartelli, nel bosco. Indicavano, semplicemente, la direzione. Avevo rispettato i cartelli, ero convinto di non aver cambiato strada. E poi, a un tratto, avevo smesso di sentire il respiro degli altri corridori. Nessuno sbuffava, nessuno ansimava. Niente sospiri, nessuna parola. Pensavo: fantastico, sono come l'Airone nella tappa delle Alpi, me ne sono andato in fuga. Pensavo: vincerò con un distacco pazzesco. Pensavo: non credevo di essere così in forma. Pensavo: è stupendo essere solo, davanti a tutti, e correre. Avanzavo. Ma non c'era più traccia di cartelli. Non c'era più traccia di indicazioni. Il sentiero, nel bosco, era sempre più sottile, e la vegetazione sempre più fitta. Correvo tra i rovi, i rovi mi scorticavano i polpacci, le braccia. Mi graffiavano tutto, ma io non rallentavo. Sanguinavo, e correvo. Correvo. 
E poi, mi sono fermato in una sorta di spiazzo sterrato. Mi sono messo le mani sui fianchi, mi sono guardato indietro. Sto correndo nel niente, ho detto ad alta voce. Qui non c'è più nessuno. Ho chiamato aiuto. Ho gridato dove siete?, dove siete. Ho gridato sono qui!, e ho sbuffato. Poi, come fossi un bambino, mi sono messo a piangere. Di botto. Come quando mi sono perso sulla spiaggia, avevo cinque anni. Ma piangere a cinque anni ha senso. Soprattutto in mezzo agli estranei. Qualcuno se ne accorge, di solito una mamma, e si comporta come fosse mamma tua, e senza che tu possa capire come, in men che non si dica qualcuno ti viene a prendere. Piangere a trentacinque anni, in un bosco, perché sei un maratoneta in fuga e nessuno ti sta più dietro, e pure il sentiero è cambiato, non serve a niente. Ti chiedi: sto piangendo davvero? A che serve piangere se nessuno ti guarda? Da quanto non piangevo? E intanto piangi. Piangi come uno scemo, piangi e basta.

Ricominci a correre, ma è un automatismo. Fai duecento passi, non c'è nessuno, non si vede niente. Niente. Verde. Terra. Neanche due bestie. Nessun corvo e nessun pettirosso, and no bird sings. Niente. Siamo – nel sogno, eravamo – io e il mio respiro soltanto.
Allora mi sono strappato la pettorina, e mi sono tolto le scarpe. Mi sono tolto i calzini, mi sono tolto la maglia. Mi sono tolto i pantaloncini, mi sono tolto le mutande. Nudo mi sono immerso nel bosco, senza dire una parola, senza pensare più a niente. Ho deciso che correre non aveva più senso. Ho capito che non avevo più nessuna voglia di gareggiare con nessuno. Ho capito che stavo cercando qualcosa di diverso: una posizione, un senso, un ruolo. Una condizione, uno stato d'animo. Qualcosa che fosse immobile, che perdurasse, che non potesse essere trasformato, che non potesse cambiare.

Perché correre, dico, quando in ogni caso non te ne deriva niente? E vincere, vincere cosa significa? Significa innescare meccanismi malati, rivalità, competizione, invidia. La partecipazione diventa una scatola cinese di odio, di antipatia, di ostilità. Di male. No, non me ne frega niente.

Ho camminato per il bosco, spoglio di vita, e ho camminato nel bosco perché non volevo più niente. L'eredità del mio passato era una catenina d'argento, al collo. Ho cominciato a disegnare con le mani forme nel vuoto: un piccolo sole, una falce di luna, le efelidi della mia donna, il muso del mio gatto. Il vuoto assomigliava al mio simbolismo semplice, all'allegoria della mia essenza – all'aspetto della mia minima, normale appartenenza. E poi, mentre forse m'ero illuso che stesse nascendo qualcosa di diverso; che fossi, forse, finalmente approdato a una dimensione altra: e che tra non molto, in ogni caso, qualcosa sarebbe successo, qualcuno mi sarebbe apparso, allora... allora sono caduto. Sono caduto nella terra: la terra s'è spalancata, come le cosce di una donna, e mi ha ingoiato. Aveva fame di me. Sono caduto, e precipitando pensavo: non è successo niente. Sono caduto, e rotolando nel vuoto pensavo: se cado di schiena mi faccio male. Sono caduto, e sbattendo contro le pareti della terra pensavo: ho un neo che non mi devo graffiare, quel neo è delicato. Sono caduto, e la caduta non conosceva fine. Quando cadi per tre secondi, non è niente. Quando cadi per dieci, ti comincia a pesare. Quando cadi per quindici, ti senti il cuore che esplode, ti fanno male le orecchie, senti freddo sotto i piedi, diventi rigido. Sono caduto, e poi non ho più sentito niente. Mi sono lasciato andare.
Cancellati i pensieri, perduta l'alterità, svanita ogni forma di umanità, ho visto il mio futuro, e l'ho scelto. L'ho incarnato. Mi è sembrato divertente. So di averlo scelto.

C'è un bosco in cui nessun vivo mette piede. In questo bosco c'è un grande spiazzo, e nel bel mezzo c'è una fontana. L'acqua di questa fontana è la conoscenza – è la memoria della trascorsa vita. Io però stavolta non mi volevo fermare a bere. Non volevo rinascere. Volevo restare a guardare. Volevo restare a guardare, volevo aspettare. Volevo aspettare che qualcuno – non qualcosa – capitasse. E così, ho domandato a dio di plasmarmi come una statua. Io, uomo di marmo, ero la scultura della fontana: la fontana dell'acqua del ricordo. Non avrei più gareggiato, non avrei più partecipato a nessuna corsa, non avrei più scritto o detto niente. Niente rivali, niente pettorine, niente strade da rispettare. Niente arbitri, niente spettatori, nessuna donna da conquistare. Soltanto: come pietra, innamorarsi dell'acqua. Intanto: come pietra, sbirciare le persone, quando finiscono di vivere e decidono di dimenticare quel che sono state. Infine: come pietra, vagare nei sogni in cerca di una pietra simile. Ecco. Come nuda pietra, non avere più faccia, e non avere nome. Non dissolversi: annullarsi. Non respirare affatto.

Goccia adesso la fontana. Per ogni stilla d'acqua, un ricordo che non brucia. Per ogni stilla d'acqua, io, pietra, scintillo di gioia. Non posso bere, e non più voglio.

[da racconti di periferie09 a cura del Gruppo Opìfice|selezione di Casa Lettrice Malicuvata] 

 
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