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Gli undici giganti
Scriptorium - periferie09
Scritto da Silvia Ancordi   
mercoledì 17 febbraio 2010

Parcheggio sul piazzale sterrato e l’auto nera si copre di polvere, entro nel negozio e prendo una bottiglia d’acqua dal frigo vicino alla cassa.
“C’è nessuno?” chiedo guardandomi attorno.
“Arrivo!” sento dire da una donna anziana che cammina, lenta, aiutandosi col bastone, mi si avvicina al viso tanto da farmi sentire il profumo di acqua di rose e sorridendo dice: “Finalmente sei arrivata”.
Deve avermi scambiata per un’altra.
Non so se spiegarle che sono la figlia del falegname che si era incatenato a Geolo, l’abete rosso secolare, o far finta di nulla.

Trent’anni prima credendo alla promessa di una cittadella ricca e moderna, la gente aveva ceduto i piccoli campi e le case in mezzo al verde per far costruire: papà lottò per impedire che il bosco venisse abbattuto. Sconfitto dall’inizio dei lavori, ci trasferimmo lontano con i pochi soldi che gli diedero per casa e bottega mentre Tina e il marito aprirono questo alimentari, ma l’idillio durò poco perché dieci anni dopo, venne edificata un’altra città più a nord con industrie, centri commerciali, ripetitori e aeroporto.

Pago e mentre apro la porta per uscire, sento: “Sissi, son quasi cieca, mezza sorda ma l’olfatto è rimasto buono”.
“Son passati vent’anni, come hai fatto?” mi avvicino e la bacio sulla guancia.
“Il profumo del bosco resta impresso nelle nostre anime” sorride nostalgicamente.
“Qui non c’è più nessuno” aggiunge.
Le prendo la mano grinzosa, piena di piccole macchie brune e mentre la aiuto a mettersi in poltrona, sistemata dietro al banco con la cassa, gli unici rumori che sento sono il clacson dell’auto e il rombo di un aereo che vira dopo il decollo.
“Ti aspettano ma per favore, vai dai giganti; se potessi ti accompagnerei” dice muovendo il bastone per aria. Si scosta appena dallo schienale per farsi abbracciare e chiede: “Passi a salutarmi dopo?” Annuisco.

“Hai scavato il pozzo?” chiede Emma, mia sorella, mentre sgranocchia patatine.
“Ho visto Tina!”
“L’ho vista una volta con papà almeno dieci anni fa” dice allungando la mano per prendere la bottiglietta d’acqua. Accendo la radio e una sigaretta poi ripartiamo percorrendo la strada principale costeggiata da negozi con scritto ‘Cedesi attività’, su cartelli scoloriti dal sole.
“Fermati!”
Inchiodo e le gomme stridono sull’asfalto: “Emma, che c’è?”
“Guarda!” dice indicando una piccola stele di marmo bianco.
Scendiamo dall’auto e leggiamo all’unisono: “Ricciolo, il castagno”.
“Ti ricordi la mattina in cui papà ci aveva lasciate qui in mezzo al bosco e si era allontanato per andare a funghi?”

“Bimbe, restate qui e non muovetevi, scendo verso la strada e torno”.
Nell’attesa, guardavamo la luce filtrare tra le fronde degli alberi, illuminare le foglie a terra, cercavamo qualche riccio di castagno ancora chiuso ed Emma, con sguardo incantato, controllava il sottobosco nella speranza di vedere qualche scoiattolo o di trovare un gatto randagio come Tigre, il tricolore appena portato a casa; io annusavo l’aria che sapeva di resina, muschio e terra umida.
D’improvviso Emma urlava: “Papà, dove sei?”
Lui batteva il bastone sulla pianta più vicina e diceva con tono pacato: “Sono qui”. A volte una lieve eco ci confondeva: l’avevamo visto scendere a valle, verso la strada e ora, stranamente, rispondeva a monte, sopra le nostre teste. Dopo circa un’ora tornava mostrando un cestino vuoto dicendo: “Ha piovuto poco”.
L’olfatto di Emma per fortuna compensava la mancata pioggia. Una mattina, sul sentiero di ritorno, annusando l’aria, ripeteva: “Sento odore di porcini”. In effetti, sembrava che il suo naso fosse programmato solo per quelli, come un segugio per i tartufi. Sotto un tronco bianco piegato da qualche temporale, trovò un enorme fungo porcino: quella divenne la nostra macchia di raccolta.

Emma mi riporta al presente dicendo: “Ehi, abbiamo altri dieci alberi da visitare”. Mi ha chiesto di accompagnarla in questa via crucis da fare in auto, per superare muri e terrazzamenti che sostituiscono in vecchio sentiero, perché la leggenda, secondo me inventata per non fare abbattere il bosco, vuole che ogni desiderio chiesto agli undici secolari venga esaudito. Emma, ad ogni lapide, fa il gioco che faceva da piccola con le piante, in attesa che papà tornasse: toccava il gigante, faceva un giro attorno in senso orario, uno in senso antiorario, poi percorreva il tronco con gli occhi fino al cielo, in cerca di qualche nido. Anche oggi è così assorta che da un momento all’altro mi aspetto di sentirle dire: “Sento odore di porcini”.
Mi limito a fumare e ripenso ai giganti secolari che nella mia mente di bambina erano i pilastri della casa di piccoli elfi e magiche fate. Credo di aver fumato undici sigarette in due ore, una per ogni albero: ognuno ha i suoi rituali.
Finalmente siamo alla lapide dell’ultimo secolare.
“Ho finito” dice Emma soddisfatta e sorridente.
“Era ora!” rispondo.
E’ passato mezzogiorno ma il campanile della chiesa non ha suonato perché anche il parroco si è trovato senza fedeli, visto che qui non c’è possibilità di fare peccato, e se n’è andato. Torniamo nell’alimentare e Tina è ancora sulla poltrona con un foglio in mano, gli occhi chiusi con il volto sorridente, una coperta di cotone sulle gambe, che prima non aveva, e il suo bastone è poggiato a terra. La figlia compare dal retrobottega in lacrime.
“Tu devi essere Sissi, mi ha detto che ti aspettava”.
“Sì, cosa è successo? L’ho vista circa due ore fa e stava bene” dico esitando.
“Una lettera del comune per l’esproprio del negozio: vogliono ripiantare gli alberi per via dell’inquinamento della città nuova”. Resto in silenzio.
“Ha detto ‘Finalmente’, ha sorriso e con un sospiro se n’è andata. Scusate, chiamo mio marito” dice uscendo asciugandosi il viso.
Emma si volta verso Tina e piangendo sussurra: “Scusa”.
Mi abbraccia e aggiunge: “Ho chiesto che lo spirito del bosco tornasse in vita”.
Ricordando credo di averlo chiesto anch’io.

 
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