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Pianterei
Scriptorium - periferie09
Scritto da Angelo Zabaglio e Andrea Coffami   
venerdì 26 febbraio 2010

Dovrei semplicemente rincorrere il mio passato, guardarlo negli occhi e dirgli: “Come stai grande capo?”. E lui magari mi sorriderebbe pure, mentre cerca d'intimorirmi come fosse un albero secolare.

Stanotte andrò a ballare robba acida. Musica che una pasticca non basta, che tre canne non bastano, che sei rum e pera non bastano. Sarò in uno di quei locali dove entri in bagno sano ed esci con il raffreddore. E lui ballerà con me, bello come una divo naturale, con le vesti leggere che gli copriranno indecentemente le spalle e la schiena. E finiremo con il fare sesso, con il baciarci le labbra, con lo sfiorarci le dita, con il salutarci, con l'allontanarci.

Mi telefona il mio socio mentre mastico del vino che serve da lubrificante per i pensieri. Gli parlo e mi rendo conto che il filtro tra cervello e lingua ha due grandi buchi che lasciano scivolare parole tipo “troia” e “cazzo” senza un vero ed essenziale motivo. La telefonata termina e vado a farmi una doccia, sperando di levarmi di dosso la puzza di lavoro che mi atrofizza il cervello. Lo vedo il mio cervello: è grigio con tre chiazze nere come fosse un cavolo marcio. Puzza di vecchio e pulsa gli ultimi minuti. Devo curarlo con della musica e metto su il cd con le strumentali. Nudo sotto la doccia. Il getto d'acqua mi riscalda le spalle ed i capelli, scende per la schiena ed arriva ai piedi.
La sensazione che provo è priva di emozioni. Sto diventando lentamente un uomo di sola carne. Dovrei resistere ma è troppo difficile e sinceramente non sarei pronto ad affrontare nuove emozioni, ora, in questo istante, in questo preciso periodo della mia vita. Molto più semplice bere, ascoltare musica e lavorare vivendo il 43% della mia esistenza in un ufficio con pareti chiare.

Nelle ultime settimane i miei vecchi amici si sono rivelati dei simpatici burloni che amavano solo la mia anima, una volta andata a puttane non mi considerano più. Ho voglia di fumare erba, con Giuliana. La chiamo. Il numero è occupato. La chiamo di nuovo. Devo resistere a questa tentazione, dovrei capire che il telefono non è stato creato da Dio, non è un segno vitale che ci porterà alla morte. È solo un oggetto che vibra voci. È Giuliana. Risponde e revisiono la mia teoria. “Ho voglia di fumare con te” le dico. E lei: “Solo fumare” ed io “Certo, magari nudi sotto il piumone”. Lei ride e poi: “Arrivo”. Mi rullo una sigaretta. La saliva abbonda, lascia filamenti che partono dalla colla della cartina fino alle labbra. Non ho resistito. Avrei dovuto dirle: “No, meglio di no” anzi non avrei dovuto chiamarla per nulla.

Qui piove che Dio si sta proprio sfogando alla grande da due ore. Noi due sotto le coperte che fumiamo nudi. Fumiamo e basta. Giuliana si addormenta ed io le cicco sui capelli, le è sempre piaciuto. Sento che sta arrivando il bisogno di alcool, non è visibile ancora, non riesco a vederne bene le mani e gli occhi, è ancora lontano. Devo resistere. Come palliativo potrei usare del the, pare funzioni. Il bere alcolici è un continuo di onde con alte e basse maree. Possono esserci delle pause ritmate o dei buchi imbarazzanti, come in una prima teatrale ma il succo della questione è che non si smette mai di bere.

La sera scorsa su rete 4 davano Renzo Arbore intervistato da Sbirulino. Non potete mettere Sbirulino alle quattro di notte di un giovedì italiano. É qualcosa di altamente reazionario ed allucinogeno. Nel forno ci sono sei pezzi di pizza avanzati da un giorno, ne prendo un paio. Li addento e l'ingoio, già so che riusciranno da dove sono entrati. Non resisto ed afferro un terzo quadrato di margherita. Mi rimetto a tavola con gli occhi su Sbirulino che ora canta la canzone della sigla. “Cavallo, cavallo se fossi un coccodrillo, se fossi più tranquillo”. Termino l'intera teglia e corro in bagno a menarmi le dita in gola per dormire a pancia vuota.

Al mattino sveglia alle 6 e mezza, non ho mal di testa per fortuna. C'è un freddo boia, chi cazzo non ha acceso il riscaldamento? Sollevo la coperta e mi butto sotto la doccia. Giuliana è andata via senza salutarmi. O forse è nascosta in un cassetto della scrivania. Imparo a credere che sia nascosta nella mia stanza. La solitudine e l'abbandono non fanno per me. Ho una mezz'oretta buona per lavarmi, cagare, preparare il caffè e buttarlo giù tutto d'un sorso come fosse una medicina. Esco di casa ed arrivo alla stazione dove bestemmio vedendo passare l'autobus davanti ai miei occhi. Sbraito tentando di impietosire il conducente, che con un sorriso gentile rallenta ed apre la porta per farmi salire. Non si è poi così soli, penso. Lo ringrazio e lui nemmeno mi risponde, si sente superiore il tizio. Ha il coltello dalla parte del manico, può permetterselo. Mi vado a sedere nelle ultime file. La puzza di piscio inizia lentamente ad entrami nei vestiti, nella pelle e nel sangue. Arrivo in ufficio. A lavoro non si beve, al massimo una birra. Diventerebbe tutto più complicato, farei troppi errori, più di quanti già ne faccio da sobrio. Devo resistere fino alle quattro, poi sarò libero di dormire un po', di scrivere e pensare al mio amore che non c'è più. La sua morte mi arrivò improvvisa ed inaspettata. Una telefonata. Una semplice telefonata che mi trasformò in stazione ferroviaria deserta. Merda vacca ho finito il tabacco e fuori diluvia grandine tosta.

Quel pomeriggio avrei dovuto avere un lavoro nuovo, una nuova esperienza. Ma con che faccia potevo recarmi dal tizio che mi avrebbe pagato per fare qualcosa che, sinceramente non volevo fare. Con il pensiero della morte di lei in testa. Era inconcepibile. Non mi presentai all'appuntamento. Rimasi nascosto in un cassetto della scrivania, vicino ai calzini rossi.

Il giorno dopo mi chiama il capo e mi sbraita al telefono per dieci minuti. È fatto così, bisogna capirlo, è stressato e scopa poco. Mi dice che se faccio un'altra cazzata mi licenzia. Per fortuna non ho un contratto, gli rispondo. Hai appena fatto la cazzata, penso. Invece no. Il lavoro prosegue e presi a considerarlo come un pesce spada da uccidere e mangiare a tranci. Senza rimorsi. 

Mia zia mi raccontava sempre questa storia: Nino era un bambino povero e triste. Un giorno, mentre rovistava nella spazzatura vide una moneta d'oro. Nino non sapeva che quella moneta era magica: se immersa in dell'acqua di fiume, avrebbe potuto esaudire qualsiasi desiderio. Nino raggiunse il padre che stava pescando poco distante. Per l'ansia di dare la bella notizia, il piccolo cadde in terra battendo la testa. La moneta finì in acqua ma Nino non dava più segni di vita. Al padre venne istintivo gridare: “Non morire”. Ed il figlio aprì gli occhi subito, all'istante, come nulla fosse accaduto.


Ecco... ora non mi sento né il piccolo Nino, né il padre, tanto meno la moneta magica. Oggi mi sento fiume... e non devo resistere a nulla. Anzi, oggi sono il pesce di fiume che ha scampato l'amo.

[da racconti di periferie09 a cura del Gruppo Opìfice|selezione di Casa Lettrice Malicuvata]

 
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