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Matrioske
Scriptorium - periferie09
Scritto da Gianluca Morozzi   
venerdì 05 marzo 2010

Camminavo per le strade di New York dopo aver messo un oceano tra me e chi voleva cavarmi gli occhi, e a volermi cavare gli occhi erano mio padre, e mia madre.
Il motivo era risibile, roba da niente. Avevo solo contratto un debito con un tipo chiamato Cane Idrofobo, per pagare il debito avevo clonato i bancomat e le carte di credito dei miei genitori, e avevo prosciugato i loro conti un po’ alla volta. Poi, davanti a quei soldi, mi ero detto: perché dare questo ben di dio a uno che si fa chiamare Cane Idrofobo?
Con quei soldi ci avevo attraversato l’oceano, appunto. Fino a New York.
I miei genitori volevano cavarmi gli occhi, Cane Idrofobo tagliarmi la gola. Bene, avevo pensato sotto l’arco di Washington Square. Trovatemi qui, se ci riuscite.
Così camminavo per Manhattan, in una bella giornata di giugno, con una manciata di dollari in tasca. Tra il volo, il cibo e qualche cd raro, il mio patrimonio si era poco a poco assottigliato. L’idea di cercarsi un lavoro rientrava tra le soluzioni estreme.
Mi facevo largo tra i turisti che scattavano foto, lanciando occhiate latine alle ragazze che leccavano il gelato ai bordi della fontana, prima di sdraiarmi tra l’erba e gli scoiattoli. Poco lontano suonava un’orchestrina jazz.
A mezzogiorno avevo deciso di investire un dollaro in un hot dog. Stavo per uscire dal parco, quando un nero enorme mi si era parato davanti.
“Sei pronto, amico?” aveva urlato. Avevo cercato di scansarlo, quello aveva continuato a urlare “Sei pronto, amico?” indicando qualcosa alle sue spalle.
Stavo per dire che non volevo droghe, solo un hot dog, ma poi avevo guardato meglio. Sotto gli alberi c’erano dei lunghi tavoli. Sui tavoli, delle scacchiere.
Mi stava sfidando. A scacchi.
Dentro la matrioska che ero diventato, molti strati sotto l’involucro esterno, una delle matrioske più interne aveva trascorso mille sabati adolescenti tra i silenzi ovattati del circolo degli scacchi. Una matrioska piccola e interna che non rubava bancomat e non clonava carte di credito, che faceva il chierichetto, che mai e poi mai avrebbe frequentato gente chiamata Cane Idrofobo.  La matrioska più grande aveva sorriso. Sapeva di poter contare su quella più piccola.
Il nero somigliava in modo impressionante ad Apollo Creed, l’avversario di Rocky. Avevo ripensato a quei lontani pomeriggi al cinema, a fare il tifo per Rocky contro Ivan Drago o Mr.T, troppo giovane per avere il senso del ridicolo. In piedi tra le poltrone con gli altri tredicenni, tutti ormai sepolti sotto strati e strati, dentro la matrioska che ognuno si è scelto, la matrioska che ognuno di noi è diventato.
“Cento dollari” aveva fissato come posta Apollo. Avevo accettato. Bluffando.
In tasca, di dollari, ne avevo ventotto. Avevo studiato con la coda dell’occhio le vie di fuga più vicine. In caso di sconfitta, sarei scappato nel Village alla velocità del fulmine.
In quell’angolo del parco non c’erano orchestrine jazz, o turisti che scattavano foto. Solo ciclopici guardiani neri che sorvegliavano l’andamento delle partite, pronti a placcare lo stupido italiano senza un soldo in fuga verso il Village. Le panchine, in quell’angolo di parco, erano legate agli alberi con una catenella.
Mi ero grattato la testa, accettando uno scambio di pedoni. Forse non era stata una buona idea bluffare con gente avvezza a rubare panchine.
La matrioska clonatrice di bancomat poteva aver sepolto le tecniche scacchistiche sotto la spessa patina del tempo, ma quella piccola aveva il senso degli scacchi ancora puro e intatto. Gli enormi rubapanchine erano tanti inquietanti quanto onesti. Avevano preso in giro Apollo e mi avevano messo cento dollari nel palmo.
Ero uscito da Washington Square galleggiando felice nell’aria. Mi ero infilato nel Village per mangiare qualcosa, avevo trovato posto in un baretto messicano e mi ero ingozzato di burritos con tequila. Alla quarta tequila, ero uscito dal baretto completamente ubriaco. Ero rimasto un po’ a guardare una partita di basket di strada, ripensando a un bellissimo cofanetto dei Rolling Stones adocchiato a St.Marks Place. Potevo permettermi un albergo o il cofanetto. Non tutti e due.
Rinunciare al letto o al cofanetto?, mi ero chiesto. E perché rinunciare a qualcosa?, mi ero risposto, sbronzo marcio di tequila. Dieci minuti dopo ero di nuovo a Washington Square, a puntare altri cento dollari contro Apollo Creed.
A volte faccio cose così stupide che persino io provo vergogna. La piccola matrioska ghiotta di tequila si era addormentata. Goffo e annebbiato, avevo accettato uno scambio da dilettante in avvio di partita. Da lì in poi era stato tutto un arrancare contro il terreno perduto e il cervello pieno d’alcool. Un’ora dopo il sole calava dietro l’arco, io consegnavo i soldi del letto e del cofanetto nelle mani di un sorridente Apollo. I rubapanchine, intorno a noi, sghignazzavano.
Avevo lasciato Washington Square col mal di testa da doposbronza, due dollari e un gettone della metropolitana. Avrei potuto vendere il gettone, e valutare i pro e i contro di una notte in strada. Invece avevo camminato occhi a terra e mani in tasca, ero saltato sul primo treno diretto a Downtown.
Ero sceso all’imbarco dei traghetti, avevo investito metà dei soldi in una ciambella, e mi ero mischiato ai pendolari che tornavano a casa dopo una giornata a Wall Street o nei tribunali. Il traghetto gratuito andava avanti e indietro tutta la notte da Manhattan a Staten Island. Avrei fatto venire giorno così. Molto meglio che dormire in un vicolo. Poi, all’alba, avrei pensato a come rivincere i miei soldi a scacchi.
In bocca avevo il sapore della ciambella misto a quello della tequila. Avevo scelto un posto tra i pendolari assonnati, avevo guardato il sole tramontare dietro lo skyline. Volevo cogliere il momento sublime in cui le luci dei grattacieli si accendevano tutte insieme. Invece, avevo incrociato lo sguardo di una donna. Sui quaranta, grassoccia. Niente fede al dito. Mi sorrideva.
Le avevo sorriso anch’io. Avevo risolto il problema di dove dormire.

[da racconti di periferie09 a cura del Gruppo Opìfice|selezione di Casa Lettrice Malicuvata]

 
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