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Specchi neri
Café Librario - Archivio
Scritto da Davide Gianetti   
giovedì 22 aprile 2010

Autore: Arno Schmidt
Titolo: Specchi neri
Traduzione: Domenico Pinto
Edizioni: Lavieri, S. Angelo in Formis (CE) 2009
Pagine: 120


Fantascienza, apparentemente. Breve schizzo intorno alle umane miserie, in realtà. “Specchi neri”, terza e incomoda parte di una trilogia che ha in “Dalla vita di un fauno” e “Brand’s Haide” le sue due fasi propedeutiche, si presenta fin dall’inizio come un testo incandescente. Ad Arno Schmidt l’uomo non piace, difficile dargli torto. Il “fetente”, “l’animale che grida urrà” ha fornito troppe conferme, troppi indizi in tal senso, con la sua proverbiale e abissale stupidità, con la sua incessante abiezione, senza requie, e questo sin dalla sua infausta comparsa sul globo. Nell’ipotetico dopobomba, il misantropo Schmidt si aggira, quasi incredulo, in una Germania deserta, osservando e registrando stati d’animo, impressioni, mutamenti spirituali, parallelo ma mai in comunione con una natura indifferente e incosciente. La Storia, con la S maiuscola, è implosa, il progresso umano ha rivelato la sua fiammeggiante stupidità, quella naturale e aberrante inclinazione gregaria del “popolo”, agognante e trasognante una guida, un “capo”, un principio da osservare, un ideale, meglio se a carattere identitario, patriottico. Stato, bandiera, guerra, fatui passatempi di chi tuttavia si attribuisce la pretesa di appartenere alla crema dell’evoluzione naturale. Attraverso lo scavo feroce in una lingua che lascia esterrefatti e perplessi (autore “culto” per alcuni, “illeggibile” per altri), estasiati e irritati, Schmidt procede risoluto in quello sperimentalismo, di struttura e di comunicazione, che ne fa, ancor oggi, un autore pressoché intraducibile e sostanzialmente alieno alle grandi correnti letterarie degli ultimi decenni. Merito allora dell’enorme e certosino lavoro intrapreso da Domenico Pinto se l’editore Lavieri è riuscito nell’intento di presentare al lettore italiano un personaggio così borderline (se stiamo ai parametri di giudizio cari all’editoria, visibilità e capacità di fare cassetta su tutti) e nello stesso tempo fondamentale come Arno Schmidt. Contributo culturale che difficilmente, per adottare il pessimismo della realtà caro al nostro, penetrerà l’assordante e chiassosa cortina dei vari battage letterari, ma che nondimeno assume i contorni di un’operazione necessaria, specie di questi tempi. Privo di una morale consolatoria, troppo facile per Schmidt, “Specchi neri” elargisce a piene mani il suo miele (o fiele, dipende dai punti di vista) esistenziale, intriso di ateismo morale - che richiama l’essere umano a un sussulto di dignità consistente nell’accettazione di quell’amor fati che però è anche libertà di trascendere i limiti predeterminati – di pessimismo cosmico a forti tinte gnostiche, di amarezza per il destino dell’uomo che quotidianamente, incessantemente, degrada se stesso a creatura informe e provvisoria. È un miele che si avvale di uno strumento formidabile quanto implacabile, terribile vendicatore delle meschine viltà bipedi. Questo strumento è il linguaggio che nelle mani, o meglio nella penna di Schmidt, urla la propria impotente disperazione – ultimo anatema nei confronti di un animale, l’uomo, che non merita più ulteriore attenzione – per un mondo di incomprensibile bellezza, forse perché svuotato della massa scatenata, la feccia gregaria, o forse perché l’indifferenza è la cifra che permette quella tensione morale percepita dai pochi intelletti immuni dal giogo della consuetudine, del pregiudizio, della Storia. Linguaggio dunque: strumento che pone Arno Schmidt ai vertici della produzione letteraria europea degli ultimi cinquant’anni ma che, in un certo senso, lo limita e lo seduce, conducendolo verso quella dispettosa e un po’ futile propensione all’acrobazia linguistica fine a se stessa. Abbaglio imperdonabile sarebbe dunque eclissare le irripetibili innovazioni schmidttiane dietro lo schermo di innocenti giochi linguistici, frivoli pastiche che durano il tempo di uno zolfanello. Sarebbe far torto alla vita, prima che a un grande autore.

 
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