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Io so cos’è il bosco. Dov’è. So chi lo vive. Di sicuro c’è Lisa. Da almeno tre anni. O meglio: lo so da tre anni. In realtà credo ci sia da quando, guardandosi intorno, rifiutò il caos delle cose. Delle nostre cose. Non sapevo se per lei il bosco fosse una cosa buona. Spesso la immaginavo avvinghiata da rovi che le legavano il collo, levandole il respiro. Tanto da impedirle di parlare. La sognavo così. Finché un immane sforzo di uscire da quell’incubo mi svegliava di soprassalto. Sudato... Restavo così a chiedermi cos’era stato. Se solo un incubo… e giù dal letto. In fretta ma in silenzio… correvo. Correvo dove lei ancora dormiva. Sognava. Magari dei nostri giochi. La guardavo dormire. La bocca aperta sui suoi cinque anni. Le accarezzavo i capelli chiari. Guardavo gli occhi chiusi. Le ciglia lunghe. La pelle tesa… e piangevo. Nel vuoto della notte piangevo i suoi silenzi e le parole che l’indomani non avrebbe detto. A volte uscivamo presto la mattina. Soli. Anche quel giorno. Una passeggiata ai giardini. Come sempre la tenevo per mano. Come sempre lei tirava rischiando di farmi cadere e io la tenevo forte. Voleva correre. Tra le auto lente. Fuggire. Frenavo il suo braccio. Il suo camminare. La guardavo. Lei solo di sbieco e mai negli occhi, ma rideva. Allegramente mi strattonava, giocava. Rideva ancora. Così arrivammo ai giardini e non so, un attimo di distrazione per lo squillo del telefono. Una chiamata, forse solo un messaggio. La persi. Sparita. Non c’era più. Mi prese il panico. Poteva farsi del male, tanto male da non permettermi di riparare a quella distrazione. Potevo non ritrovarla più. La cercai sudando con la paura in gola finché non intravidi il suo viso oltre gli arbusti di una grande aiuola. «Vieni fuori, Lisa! Fuori… ti sporchi…» dissi. Niente. La sentivo ridere. «Ti ho detto di venire fuori, ora. Basta!» Niente. Lei continuava a ridere. Fui costretto ad affacciarmi. Scostai gli arbusti, allungai una mano verso la sua per portarla via e invece, con forza, mi portò dentro verso di lei. L’assecondai per non farle male, per non piegare il suo braccino, ed entrai superando altri arbusti dentro quella macchia fino a ritrovarmi al centro di un ampio spazio. Tutto sembrava diverso ora. Non immaginavo ci fosse il bosco. Non pensavo che Lisa mi stesse portando dentro l’incubo di più notti, fatto di rovi e di spine, e che ora mi si presentava assolutamente diverso: uno splendido e immenso giardino. L’avevo già visto quel luogo. Da bambino. Avevo l’età di Lisa. Era di un’anziana donna che viveva sola in una grande casa… ma il giardino… era immenso, un parco grandioso fatto di alberi e di arbusti in fiore. Colori e profumi mai sentiti prima. Inusuali. Essenze intense che si facevano visibili, quasi come un vapore che si levasse da quei forti colori e dall’erba che si perdeva ben oltre l’infittirsi della vegetazione più alta, dove il bosco, pensavo, si faceva una massa unica imperscrutabile. E Lisa? « Bello» disse. Solo Bello… Parlava? Quello sarebbe già stato un buon motivo per non chiedermi perché fossi lì, con lei, in quella domenica d’autunno. Mi bastava che parlasse. «Bello» aveva detto. Forse si sarebbe rivolta a me come mai avevo sentito prima e finalmente avrei colto dalla sua voce una parola per me. Qualcosa che mi desse la misura dell’amore che ero certo lei aveva per suo padre e che finalmente sarebbe stata in grado di esprimere così. In una parola. Mi misi accanto a lei e ci avviammo. Mano nella mano. Senza chiedermi se mai sarei uscito da quel luogo. Se mai saremmo tornati come prima.
Camminavamo da poco. Il viale si era fatto ombroso. Coperto da alberi dal fusto imponente. Intravedevo qualcuno venirci incontro. Due bambini. «Ciao» dissero fermandosi. Entrambi indossavano maglietta e pantaloni bianchi. Scalzi. Lisa rispose al saluto, io no. C’era qualcosa di assolutamente raccapricciante in loro: non avevano la bocca. Avevano tratti regolari, ma dove avrebbero dovuto avere labbra, denti e gengive… nulla. Perfettamente lisci. «Tuo padre ci guarda con sospetto» disse uno di loro guardando Lisa. Sorrideva con gli occhi. «Scusate…» dissi, e feci per tirare innanzi con Lisa. «No, non c’è bisogno» riprese quello. «È per la bocca. Lo so…» Mi chiedevo da dove venisse la voce. «La voce viene da dentro» mi disse risolvendo il quesito. Nulla. Non dissi nulla. Presi Lisa per mano e ci allontanammo. Lei si voltò per salutare, con un gesto. La guardai. Non aveva più la bocca. Anche lei. Un vago senso di confusione mi prese. «Come faremo a dirlo a tua madre?» farfugliai. Mi sembrava l’unico problema. «E come reagirà…» ormai deliravo. «Di qua.» disse lei senza ascoltarmi, facendomi deviare dal percorso principale. Sapeva dove andare. Arrivammo in breve in un grande spiazzo. Al centro un piccolo stagno. Su grandi massi erano seduti tre bambini. Lanciavano sassi. Giocavano a farli saltare sul pelo dell’acqua. Ci avvicinammo. Erano biondi. Tutti. Raccolsi anch’io un sasso come stava facendo Lisa. Lo lanciai e fece cinque salti. «Bravo!» esclamò uno dei bimbi. «Ora provo io». Era davanti a me. Piccolo. Tese il braccio e lanciò. Restò con la mano per aria. Aperta. La mano… una mano piuttosto strana. Aveva il pollice ma al posto delle quattro dita un unico lembo di carne che articolava come se le dita fossero palmate. Ma non vi era alcun segno delle falangi. Presto mi accorsi che anche gli altri bambini erano così. Intanto Lisa gareggiava con loro a lanciare i sassi sull’acqua. Ridevano e giocavano. Presi Lisa, la caricai sulle spalle e via. Di corsa. Mi fermai quando mi sembrò di essere abbastanza lontano. Posai Lisa che era rimasta tutto il tempo tranquilla. Non si preoccupava di avere le mani come piccole palette. «Ma che ti succede?» dissi prendendole la testa tra le mani. Sollevò lo sguardo oltre le mie spalle, come se vi fosse qualcuno dietro. Avevo paura di voltarmi. Quando lo feci mi trovai di fronte una donna. Pallida. Magra. «La bambina non ha nulla…» disse. Quasi fosse il gesto più naturale, Lisa le si avvicinò e carezzò una guancia della sconosciuta che la prese in braccio. L’abbracciò cingendole il collo come faceva con me quando aveva sonno o chiedeva coccole. «Qui non vi accadrà nulla di male» disse la donna. Di quali altre trasformazioni sarebbe stata vittima, Lisa? Quella donna sembrava del tutto normale… a parte gli occhi. Viola. D’un intenso colore di ametista. Lisa si staccò da lei e mi guardò. I suoi occhi ora erano dello stesso colore di quelli della donna: «Ma che state facendo alla mia bambina?» urlai . «Sssh…» fece Lisa. «Sssh…» ripeté la donna. Risero. Avrei voluto capire. Avrei dovuto capire… ma non serviva. Chiusi gli occhi e allungai una mano verso Lisa. Sentii la guancia, il naso e anche le labbra. Le aveva di nuovo. Mi baciò piano la mano. Era di nuovo normale. Lo era sempre stata. Mi chinai su di lei, la presi tra le braccia e andammo via così. Piano. Cercando un’uscita. Camminai con lei sulle spalle che dormiva. Superai la vegetazione più fitta, percorsi sentieri ripidi finché il bosco diradandosi mi fece intravedere la città. La periferia. Le strade trascurate e buie. La parte che mi teneva lontano da lei, dai luoghi più ospitali. Superai cataste di immondizie mentre qua e là piccoli fuochi bruciavano residui organici indefiniti. Auto depredate di tutto erano abbandonate sui marciapiedi. Bisognava attraversare tutto per tornare alla partenza. Camminai, camminai. Lisa dormiva. Finché cedetti. Stanco. Mi sdraiai su una panchina con lei di fianco e mi addormentai.
Mi svegliai col sole che filtrava dalle persiane. Ero riposato. Mi alzai e andai a cercarla nel suo letto. Ancora dormiva. Le sue mani erano distese sul lenzuolo che la copriva. Dormiva sempre con la bocca aperta. Le carezzai i capelli. Si svegliò. Aprì gli occhi e sorrise. Il viola dei suoi occhi le illuminò il viso. Erano ormai sei mesi che avevano assunto quel colore. Nessuno fu in grado di accertare se sarebbero rimasti così. Non si poteva stabilire. Ora Lisa ha gli occhi viola. Il colore del suo mondo. La luce con cui mi guarda ogni giorno. A volte lontana, altre più vicina. Ma so che c’è uno spazio che divido con lei quando smetto di guardarla o di inseguire i suoi silenzi. Con gli occhi chiusi ascolto il respiro sui miei capelli farsi vento. Sento la sua pelle sul viso. Le mie dita che incrociano le sue. Allora mi parla e capisco esattamente ciò che dice.
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