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Un ragazzo se ne sta seduto su una panchina al centro di un prato verdissimo. La panchina è di legno e il cielo completamente azzurro. Non ci sono nuvole ad ostacolare i pensieri, né anima viva che possa deviarne la via. Questo prato ricopre la cima di un’alta montagna, posta al centro di una catena montuosa. Questo ragazzo è venuto fin qui per non pensare ai problemi che lo assillano in città. Peraltro, negli ultimi tempi, è entrata nella sua vita anche una ragazza, a cui non riesce a non pensare. Mentre si fa la doccia, mentre va a fare la spesa, o quando è in fila alle poste, il viso di questa ragazza ricompare davanti ai suoi occhi.
Un giorno questo ragazzo decise di lanciarsi da un aereo col paracadute, per suggellare la fine del corso di studi. Aveva ottenuto il massimo dei voti, e quindi era giusto premiarsi con un gesto che avrebbe fissato nella memoria quel momento così importante per la sua carriera professionale. Aveva cercato la compagnia di paracadutisti più esperta nella zona, e una volta recatosi presso la loro sede li aveva estenuati con una serie di domande circa la garanzia che nessun pericolo potesse arrischiare la sua incolumità fisica. Una volta arrivato il bel giorno, questo ragazzo decide di svegliarsi di buon mattino e di raggiungere a piedi il luogo da cui sarebbe partito l’aereo. Lungo il cammino un uomo seduto su una panchina sta contando una manciata di monetine, raccolte sul palmo di una mano. Non appena gli passa a fianco, l’uomo alza lo sguardo verso di lui e gli sorride, per poi chiedergli di avvicinarsi. In un primo istante il ragazzo rimane impietrito, poi convinto dall’affabilità di quel signore decide di accostarsi. L’uomo chiede di avvicinarsi ancora di più, e di avvicinare il suo orecchio alle sue labbra. Il ragazzo ascolta con attenzione le parole che quell’uomo gli sussurra all’orecchio. Lungo la strada su cui si affaccia quella panchina, si era fermato un autobus, il cui rumoroso arresto aveva coperto il suono di quella voce. Il signore lascia cadere le monetine a terra, e il ragazzo si accascia premurosamente per raccoglierle e restituirle al proprietario. Quando alza lo sguardo, quell’uomo non c’è più. L’autobus è appena ripartito. Lungo il tragitto che porta al luogo del lancio il ragazzo continua a pensare a quelle parole, di cui ricorda soltanto alcuni brandelli, stralci che la memoria non riesce a riannodare. Una volta arrivato sulla pista di lancio, il ragazzo saluta con la mano due signori appoggiati alle reti metalliche che recintano il piccolo aeroporto. Uno dei due signori ha uno stuzzicadenti infilato tra i denti, e un cagnolino che gli ronza tra le gambe. L’altro indossa un cappellino rosso della Cgil, con su scritto “Uniti si può”. L’aereo prende quota, il ragazzo scherza con gli istruttori. Confida loro di essere un po’ agitato, e chiede loro di comunicare ai suoi genitori che gli ha voluto bene, nel caso in cui qualcosa non vada per il verso giusto. Gli istruttori annuiscono con un sorriso, per poi voltarsi e guardare dall’oblò il cielo tutt’attorno. Il pilota comunica alla compagnia che il velivolo ha raggiunto i 4000 metri. Il ragazzo comincia ad agitarsi, le gambe gli tremano. Così gli ritornano in mente le parole che quel signore gli aveva sussurrato all’orecchio poche ore prima. Una serie di parole di cui ricorda ben poco, ma che riescono a sedare la sua paura. L’istruttore decide che è ora di lanciarsi. I due saranno legati da una serie di cinture di protezione, e il ragazzo non dovrà far altro che rimanere fermo ed evitare di agitarsi. I due si lanciano, è ora. Il primo impatto con l’atmosfera è terribile, il vento è talmente forte lassù che i due vengono sbattuti di qua e di là, perdendo il controllo della situazione. L’istruttore sembra essere nel panico, non si aspettava queste correnti così forti. Il ragazzo a sua volta non sa come reagire, respira forte e cerca di non perdere i sensi. D’un tratto una cintura che teneva uniti i due si trancia di netto, senza una spiegazione plausibile. Anche l’altra fune che li teneva agganciati alla vita viene sfibrata dalle tensioni a cui viene sottoposta. L’istruttore vola via e il ragazzo senza paracadute si ritrova da solo in caduta libera. Il ragazzo viene trasportato dal vento, che lo porta verso la costa. Il ragazzo non riesce a tenere gli occhi aperti. Sente il vento strappargli la pelle. Il ragazzo come un proiettile fionda verso il basso, fino ad infilarsi sulla superficie del mare. Una volta caduto in mare il ragazzo crede di essere morto, ma in realtà sta soltanto scendendo nelle profondità degli abissi, sospinto da un’accelerazione gravitazionale che l’ha visto cadere dal cielo. Durante la discesa nelle profondità del mare il ragazzo ha ancora gli occhi chiusi, finché il suo corpo si arresta ad una profondità indefinita e il suo paracadute si apre alle sue spalle. Il ragazzo riapre gli occhi e attorno a sé vede soltanto il grande biancore del paracadute, una grande medusa di tela che lo avvolge senza lasciargli possibilità di fuga. D’un tratto una figura femminile, i cui seni traspaiono dalla fitta trama del tessuto, si avvicina a lui. Il ragazzo, inebetito, vede quel corpo accostarsi al suo e d’un tratto sente due braccia avvinghiarlo e stringerlo con dolcezza. Il viso diafano di quella ragazza gli arriva in trasparenza, deformato dal paracadute. Il giorno dopo il ragazzo si ritrova disteso su un lettino ospedaliero, il giorno successivo verrà dimesso, e quando una folta schiera di giornalisti gli si fionda addosso all’uscita dell’ospedale, lui non sa cosa dire. Gli chiedono come abbia fatto a sopravvivere a quella sciagura. Il ragazzo non ricorda nulla di cosa sia successo, nonostante quel viso rimanga indelebile nella sua memoria, come il vuoto lasciato sul muro da un quadro appena rubato.
Cala la notte e il ragazzo è ancora seduto su quella panchina. Un lupo ulula in fondo alla valle e i ricordi volano via senza paracadute.
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