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Umido rinfrescante
Scritto da Piero Buscemi   
mercoledì 01 giugno 2005

Portopalo muore in inverno. Rinasce in estate, tutti gli anni. Io invece continuo a dormire, anche in estate. Mi trascino la sedia fuori la porta e mi siedo appoggiandomi alla spalliera. Poi mezzo giro di coppola a destra, poi mezzo a sinistra. Per asciugare il sudore.
La visiera mai del tutto abbassata. Un piccolo angolo di visuale tra le sopracciglia increspate e la mia stanchezza di guardare ancora il mondo. I rumori degli zoccoli a consumarsi sulla strada e voci allegre di turisti. Ragazze e ragazzi che avrei più voglia d'incrociare con gli occhi. Riconosco qualche parola colorata di milanese emigrato e se sforzo un poco l'udito, riesco a sentire i loro ormoni che scoppiettano trasportati dallo scirocco.
In inverno c'è meno rumore. Qualche goccia di pioggia picchia contro il vetro chiedendomi di entrare. Poi si arrende. Si lascia cadere sull'asfalto e scivola via portandosi la noia. Le voci sono colorate di malinconia. Solo vecchi che non ho più voglia di incrociare con gli occhi. Riconosco le lamentele di entusiasmi andati in pensione e se sforzo un poco la fantasia, riesco a sentire i loro rimorsi trasportati dalla vita.  
Quell'anno continuavano a dire che fosse l'estate più calda degli ultimi anni. Io non ricordavo una sola estate passata alle cronache per la sua freschezza. Sentivo sulla faccia la polvere del Sahara mischiata all'odore del mare che chiudeva le sere di afa africana. Ricordo il tono soddisfatto di quell'uomo che m'informò che Tunisi era più a nord di Portopalo.
Ogni tanto sbuffavo per rinfrescarmi la pelle. Un inedito silenzio avvolgeva la strada tanto da poter sentire il ronzio delle barche che accompagnavano i curiosi sull'Isola di Capo Passero.  
Ogni tanto, invece, avevo la sensazione di udire voci familiari che pronunciavano il mio nome.
Toc. Toc. Toc. Risate puerili commentavano la bravata e solo la mancanza di forza gli impediva di colpire il bersaglio principale. Piccole pietre si lasciavano andare sul legno della sedia.
- Futtemuci a coppola[1] - propose un picciotto.
- Che schifu! Capaci chi avi i zicchi[2] - rispose un altro.
Senza troppi sforzi, m'isolai dalla scena immergendomi nei ricordi. Pensai a mio nonno che mi veniva a prendere a casa per la passeggiata serale. Appoggiato al suo bastone, mi parlava di tonnare e mattanze e di lacrime che asciugavano il sangue dei tonni. E di stanchezze affogate nel ventre ancora acerbo di mia nonna.
- Se nun senti cchiu u profumu da fimmina, allura si veramenti vicchiu[3] - sentenziava ogni sera.
Poi ci andavamo a sedere in piazza. Spiegazzava la pagina enigmistica della Sicilia di qualche anno prima e rinviava alla sera successiva, l'ultima definizione: 35 orizzontale, “Chiude ogni esistenza”, cinque lettere.
- Facemulu cadiri.[4] L'arroganza di un altro picciotto invase la mia nostalgia.
Provai a chiudere gli occhi per riprendere un sogno interrotto, quando un profumu di fimmina si accostò al mio torpore.
Una voce abbronzata.
- Lasciateli stare. Sunnu carusi. [5]
- Poi l'umida freschezza delle sue labbra sulle mie. Di vecchio.
- Avrebbero dovuto inventare il Viagra dei sentimenti. -  riuscii appena a pronunziare.
Un alito di silenzio mi lasciò ancora una volta solo. Presi quel foglio ingiallito e lessi tra me: 35 orizzontale, “Chiude ogni esistenza”, cinque lettere…  

Note

[1] Futtemuci a coppola. Rubiamogli il cappello.
[2] Che schifu! Capaci chi avi i zicchi. Che schifo! Forse ha le zecche.
[3] Se nun senti cchiu u profumu da fimmina, allura si veramenti vicchiu. Se non senti più il profumo della donna, allora sei invecchiato sul serio.
[4] Facemulu cadiri. Facciamolo cadere.
[5] Sunnu carusi. Sono ragazzi.

 
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