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aprendo quella porta
Scriptorium - Archivio 2010
Scritto da Carlo Palizzi   
venerdì 11 giugno 2010

Aprendo quella porta chiusa da mesi ho ritrovato l'odore di vuoto del primo giorno: c'era Silvia con me, la luce staccata, le mattonelle troppo scure; dalla finestra che sarebbe diventata la mia finestra aperta sul cortile, abbiamo ascoltato il rumore di una pietra di fiume: il bambino si portava la pietra all'altezza del petto, con fatica, e poi la lasciava cadere con forza sulla bicicletta che stava sotto. Una due tre volte:
Perché?
Forse si sente tradito mi ha risposto lei.
Il bambino tradito dalla bicicletta avrebbe avuto un nome e una voce durante il trasloco: ci seguiva fin dentro casa senza chiedere permesso, sedeva sullo scannixeddu, le ginocchia nere di terra, e guardava Silvia aprire un altro scatolo di libri. Danilo, il bambino tradito dalla bicicletta, aspettava le attenzioni di mia madre in forma di dono o di parola; poi se ne andava.

I libri raccolgono e rilasciano odori perfino dentro una valigia – bagaglio a mano da Bologna a Cagliari e ritorno. Sui divani di pelle, raccolti attorno al tavolino basso colmo di libri, ci siamo seduti alle quattro del mattino, stanchi, di ritorno da Villa Birmano Seurat, io e Vasijli:
Non è più tempo di circoletti letterari.
Non è più tempo di cenacoli per giovani deboli di stomaco.
Sono ancora le miserie quotidiane che ci obbligano dentro un corpo a tappezzare i muri delle nostre case.
Oltre il nichilismo o dentro il nichilismo?
Il particolarismo si oppone al livellamento borghese che in cambio di un'idea di benessere "decultura" razzisticamente.
Tutti i borghesi sono razzisti, sempre, in qualsiasi luogo, a qualsiasi partito essi appartengano. [1]

[Alberto Roghudi] Basta politica vi prego. Basta slanci di rivoluzione e obiettivi mancati. Basta delusioni e basta pure con l’entusiasmo. Basta giornali televisivi, televisioni di radiogiornali, radiotelegiornali e radioline adesive sulla pelle cremata.
[Elica Pentedattilo] Fermi, per favore, non andate via proprio adesso, non sbattete la porta, piano con la voce, non bevete, fermi, non fumate, preferisco un poeta morto, la linea e poi il punto, continuate vi prego, piano, parlatemi del bosco che avete attraversato:
dove il male è più forte potreste scriverlo?

Troppo veloce, è stato tutto troppo veloce; intenso e deleterio correrci addosso, tutti quanti, straparlare di paese in paese, perfino città bagnate di caldo. È stato un impiego per tre mesi, un lavoro a perderci in affetti personali, lacerazioni e disincanto, albe arrugginite, mare, uranio impoverito, polvere di periferie.

Risalire dall'acqua, è così,  pinneggiare lentamente per fissare i confini dell’apnea, lo stacco impercettibile tra luce e oscurità, ossigeno che si manifesta sferico agitato dalle valigie che mi tiro in superficie.
Risalgo.
E ricordo.
L'ultimo quarto di luna sporcava d'arancio la Baia dell'asparago gigante, mi sono fermato due curve dopo, impaurito non solo dai silenzi, il mare piatto non risaccava nemmeno, ogni tanto una macchina, vedendomi illuminato appena, rallentava scotendo la mia piccola quiete: ricordo il silenzio.
Luna mentitrice, attesa di rivoluzione, mi avrebbe sorpreso il mese sucessivo, agosto di Calabria, annunciata dallo scoppio di un fuoco in spiaggia, tre e quaranta del mattino, rossa calante, disegnava appena l'orizzonte da cui si era levata.
Non l'avrei più rivista: Bologna nasconde e soffoca, e le formiche salgono, gradino dopo gradino, e respirano umido quando sono in alto, d'estate, sulla terrazza che avvicina il cielo gonfio lampato a ponente da fulmini e luci crepate e briciole d'aria e vertigini da settimo piano. Tetrix non è morta per il caldo; si lamentava – come poteva – da qualche giorno. Il padre e la madre e Laura e l'infermiera addetta rinfrescavano – come potevano – dieci anni di vita vegetale, ma non era il caldo né la PEG sistemata male né la fame a lamentare Tetrix; era dolore crescente, banale come tutte le altre volte. Laura l'ha portata fuori ugualmente a cercare ombre di pioppi e ogni ora si chinava su di lei, parlava aprendole il tubicino in direzione dello stomaco e ci siringava dentro 50cc di pasto tritato, chiudeva il tubicino e ripartivano: l'asfalto luccicava i suoi quaranta gradi di bangla e urdu, la carrozzina era pesante di morte e Tetrix urlava come poteva, ogni minuto il suo peso silenzio cresceva.

Al telefono Laura ha risposto assonnata: Tetrix sapeva dove stava comodo il male che la faceva gridare, muoveva l'indice per dire di sì e il medio per dire di no. Al telefono Laura ha chiesto che ora fosse. Fuori era ancora buio e sul tavolo, in cucina, La mite di Fedor risaliva da colpe e accuse, scoperta a dondolare sull'acqua di una luna nuova.

NOTE
[1] Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, Torino 2003

[tratto da Uomini e terre (di confine), Bova 1982]

 
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