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In questo momento chi vuole occuparsi di letteratura deve considerarsi il custode volontario di un’oscura riserva di immaginazione e linguaggio da salvare dal turismo di massa. Il turismo di massa esige un appagamento istantaneo della curiosità, preferisce la comprensione all’esperienza. Anche io sono un turista di massa quando voglio informarmi, quando guardo una partita di calcio alla televisione, quando osservo un filmato porno. La crescente narrativizzazione del mondo ha eroso gli spazi d’azione della letteratura, bisogna prenderne atto. Come bisogna prendere atto della volgarizzazione del gusto dei lettori, senza per forza storcere il naso. A forza di storcerlo potremmo perdere l’abitudine di sentire gli odori, quindi ho deciso di raddrizzarlo, accettando la possibilità che i fruitori della letteratura di rapido consumo possano sentire l’esigenza di trovare rattoppatori piuttosto che scoperchiatori. Se il mondo mostra dei buchi di senso, lo scrittore da autogrill trova la toppa giusta per foderarlo. Ovviamente i buchi si ripresenteranno, ma altri rattoppatori ricopriranno queste voragini. E saranno ben pagati per questo. Al contrario mostrare il mondo con tutti i suoi buchi, i precipizi e le vette irraggiungibili, comporta un’assunzione di responsabilità da parte dello scrittore. Mettiamo che io sia in piazza e un signore stia prendendo il sole, beato nella sua serenità. Arrivo io e gli chiedo se è disposto a darmi 10 euro in cambio di una storia assurda: in un primo momento ci penserà su, poi mosso dalla curiosità strapperà la banconota da 10 euro in due parti, consegnandomi soltanto la prima metà; in seguito, qualora la storia lo dovesse appagare in pieno, potrò ricevere anche l’altra parte. Così, in una giornata di sole, un sole pieno e bello, una piazza gremita di gente che si racconta cosa le è successo durante la settimana, eccomi di fronte a questo signore, mentre gli racconto che secondo me quando dormiamo andiamo da un’altra parte. Così gli comincio a raccontare di quando, facendo un sogno, sono riuscito a disegnare la pianta della stanza in cui mi sono ritrovato. Tiro fuori dalle tasche dei miei jeans la pianta disegnata su un foglio a quadretti. Gliela mostro ma lui non ci crede. Così mentre gli sto per raccontare il sogno nei suoi innumerevoli dettagli, ecco che questo signore mi invita ad andarmene, che fra poco il sole andrà via e vuole godersene gli ultimi scampoli in santa pace. Me ne vado con la metà di una banconota in mano. Ho la metà di 10 euro, che però non vale nulla. Credo che chi vuole fare letteratura, debba inevitabilmente fare i conti con le piazze bagnate dal sole e immerse nella loro brulicante beatitudine. Correre il rischio di ritrovarsi in mano un’infinità di banconote dimezzate che non valgono nulla. Non possiamo disperarci se uno vuole prendere il sole in tutta tranquillità (esperienza molto gratificante e primordiale), o se uno preferisce guardare una partita di calcio in tv con le mosche nel cervello (esperienza molto gratificante e primordiale), o se quando è in compagnia vuole parlare di politica e contratti di lavoro. Ad esempio anche io parlo spesso di contratti di lavoro, perché per scrivere come e cosa voglio io, devo garantirmi delle entrate economiche che derivino da un lavoro extra-letterario, che mi permettano di esprimermi in totale autonomia dal gusto dei dormienti. Però so che quando sento il mio spirito disidratarsi a dismisura posso affidarmi a qualcuno che mi consenta di aver ristoro in quell’oasi di immaginazione che ha saputo tutelare. Germoglia così in me la curiosità verso il mondo. Ad esempio tra Dicembre 2009 e Gennaio 2010 mi è capitato di perdere la speranza nella parola, che d’un tratto m’è apparsa come un sasso inutile. Poi ho letto la triade CCC (Cornia, Celati, Cavazzoni) e la mia lingua ha ripreso vita. Intendo questo: che è inutile disperarsi se il mercato non premia le opere cosiddette di qualità (intese come risultati unitari, compositi e autentici di una ricerca rizomatica e verticale). Nessuno ci chiede di rielaborare la natura plurivoca del mondo, di preservarne la stratificazione interpretativa, di far stridere la vita in tutta la sua inafferrabilità. In un oscuro passaggio di un altrettanto lugubre romanzo (Perturbamento, Bernhard), ritroviamo la voce narrante aggirarsi attorno al mulino dei Fochler, sperso nelle umide e buie profondità di una gola austriaca. Il mulino era stato ceduto dal principe Saurau ai due coniugi che, ora malfermi, ne avevano delegato l’amministrazione ai loro figli e a un giovane lavoratore turco. La voce narrante - in attesa che suo padre sbrighi in casa le cure mediche a favore dei due Fochler - decide d’un tratto di avvicinarsi ad una gabbia contenente una gran quantità di uccelli, che appaiono straziati e impazziti. Alla morte del loro custode - il fratello del signor Fochler - gli uccelli avevano manifestato il loro disagio di orfani inondando la gola circostante con il rumore delle loro “strida spaventose”. Una gran varietà di meravigliosi uccelli esotici importati da tutto il mondo, preservata per vent’anni con cura. I coniugi Fochler, straziati a loro volta dalle grida degli uccelli – che non potevano soffrire la scomparsa del loro padrone, avevano così deciso di disfarsene, torcendo loro il collo. E una volta uccisi, di imbalsamarne i corpi, per ricordarne la sorprendente bellezza in tutta la loro struggente staticità. Attualmente la voce narrante dello scrittore risulta essere sovrastata dal tono stridulo e aggressivo di tanti altri testimoni del mondo. Basterebbe tenere a mente due consigli, per tenere in vita questa oscura riserva di immaginazione e linguaggio chiamata letteratura senza torcere il collo a nessuno. Uno: la parola letteraria deve essere disposta ad adottare il tono del bisbiglio, che sappia sussurrarci il mondo senza imbalsamarlo. Due: la discussione attorno al ruolo e alla natura della parola letteraria deve fondarsi su nuclei argomentativi che possano garantirne un proficuo approfondimento corale, piuttosto che un dipanarsi di singole e sfilacciate riflessioni rifrangenti. Spazi in cui i custodi di queste oasi possano scambiarsi opinioni sul da farsi. E questo già accade, qui e in altri piccoli spazi. Le piante crescono senza far rumore e non pretendono altro.
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