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Autore: Sergio Atzeni Titolo: Passavamo sulla terra leggeri Editore: Ilisso editore, Nuoro Pagine: 207
30 Giugno 1409. Qua i custodi del tempo hanno preferito interrompere la storia che si è tramandata fino ai giorni nostri, il giorno in cui i Sardi hanno perso la propria libertà. Il giorno della battaglia di Sanluri in cui diciassettemila fanti Sardi, duemila cavalieri francesi e mille balestrieri genovesi si ritrovarono sotto il comando di Guglielmo III di Narbona-Bas, giudice del giudicato di Arborea, ultimo regno libero di Sardegna, a combattere contro l’esercito di Aragona, esercito meglio equipaggiato ed addestrato alla guerra e dunque vittorioso sull’ esercito Sardo in quel luogo che ancora oggi viene chiamato su Bruncu de sa batalla (il colle della battaglia). I depositari della storia da allora non aggiungono parti al racconto anche se gli è consentito farlo, fin dai giorni in cui i sacerdoti danzanti sono giunti sulle coste di Magomadas e hanno iniziato la fantastica epopea dei S’ard: i danzatori delle stelle. Passavano sulla terra leggeri, erano protagonisti di guerre intestine, contavano le distanze e conoscevano le stelle, a volte si odiavano, a volte erano nemici, ma talvolta sapevano unirsi. Ed erano felici. Sergio Atzeni narra vicende omeriche passando sulla sua terra leggero, saltando fra i secoli e le stagioni e facendo l’equilibrista fra Storia e leggenda. Questo è un romanzo che ha in sé la potenza del romanzo epico e la passione del manifesto indipendentista e ha la capacità di ridestare animi assopiti da anni di annacquato autonomismo. Ha la capacità di ricreare un sentimento di appartenenza, l’appartenenza a quel noi usato anche dal narratore orale del racconto per descrivere le vicende “delle donne e degli uomini che hanno vissuto prima di noi nell'isola dei danzatori, madri e padri forse a noi simili per dolcezza e sorrisi o per la follia che non sappiamo dove nasca”. È la rivendicazione della Sardegna che ad ogni invasione si è ribellata e non la terra di passaggio, importante snodo del Mediterraneo, che accoglieva passivamente ogni colonizzatore. Passavamo sulla terra leggeri è la storia di un piccolo continente, talvolta orgoglioso talvolta diffidente, talvolta aperto a contaminazioni, talvolta disposto al sacrificio per la resistenza e spesso sconfitto, chiuso fra lotte di potere temporale e secolare eppure orgogliosamente originale e strenuamente indipendente, anche nelle questioni riguardanti il culto religioso. Passavamo sulla terra leggeri è una poesia senza versi né strofe che trasporta il lettore a spasso nel tempo, uno sguardo dall’alto con paesaggi che mutano ed ere che si susseguono. Come un viaggio in deltaplano dove a scorrere non è solo lo spazio ma anche il tempo, presi per mano con Antonio Setzu (penultimo custode del tempo) pronto a tramandare la storia al prossimo custode. Passavamo sulla terra leggeri è un pezzo unico, quasi la rivelazione di un segreto che fino ad ora era rimasto nascosto, è la scoperta di atmosfere che non sono quelle agresti, rurali, veriste spesso descritte dai narratori Sardi. Passavamo sulla terra leggeri è lo sguardo malinconico ad un passato mitico, ferito ed interrotto brutalmente ma che sotterraneamente ancora sopravvive, prima oralmente ed ora per iscritto, sopravvive nei racconti e nei miti, nei nuraghes e nelle domus de janas, sopravvive a stento alle varie colonizzazioni fenicie, romane, liguri, ecclesiastiche, pisane, aragonesi, castigliane, francesi, piemontesi ed infine italiane. Agonizza ma sopravvive. Sopravvive e mantiene viva la speranza che il racconto interrotto in quella Domenica del Giugno del 1409 possa ricominciare e che il prossimo custode del tempo abbia pagine da aggiungere a questa storia per troppi anni rimasta ferma.
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