AdB

powered_by.png, 1 kB
Home arrow Attività arrow Il suicidio è una soluzione?
Il suicidio è una soluzione?
Scritto da Redazione   
domenica 01 ottobre 2006

Si vive, si muore. Quale ruolo ha la volontà in tutto ciò? Pare che ci si uccida nello stesso modo in cui si sogna. Non è un  problema morale quello che  poniamo: Il suicidio è una soluzione?

Info: EggS --> www.eggs.altervista.org - Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo


Antonin Artaud
La rèvolution surrèaliste N*2 – Gennaio 1925

No, il suicidio è ancora una ipotesi. Pretendo di avere il diritto di dubitare del suicidio come di tutto il resto della realtà. Bisogna, per il momento e fino a nuovo ordine, dubitare spaventosamente (ad essere precisi) non dell’esistenza, ciò che è alla portata di chiunque, ma della vibrazione interiore e della sensibilità profonda, degli atti, della realtà. Io non credo a niente se non a ciò da cui sono raggiunto attraverso la sensibilità di un cordone pensante e come meteorico; e io manco ugualmente un po’ troppo di meteoriti in azione. L’esistenza costruita e sensibile di ogni uomo mi fastidia, e con risoluzione aborro tutta la realtà. Il suicidio non è che la conquista favolosa e lontana dei benpensanti, ma lo stato [l’ètat] propriamente detto del suicidio è per me incomprensibile. Il suicidio di un nevrastenico è privo di ogni valore di rappresentazione, ma è lo stato d’animo d’un uomo che avrà ben determinato il proprio suicidio, le circostanze materiali, e l’istante del meraviglioso disinnesto. Ignoro cosa siano le cose, ignoro ogni stato umano, niente del mondo gira per me, non gira in me. Io soffro terribilmente della vita. Non c’è stato [ètat] che io possa raggiungere. E sicuramente sono morto da molto tempo, io sono già suicidato. Mi si è suicidato [On m’a suicidè], per meglio dire. Ma cosa pensate voi di un suicidio anteriore [suicide antèrieur], di un suicidio che ci farà fare dietrofront, ma dall’altra parte dell’esistenza, e non dalla parte della morte. Solo questo tipo di suicidio avrà per me un valore. Non sento appetito della morte, io senso l’appetito del non essere [du ne pas être] di non essere mai caduto in questo detratto di imbecillità [dèduit d’imbècillitès], d’abdicazioni, di rinunce e d’ottusi incontri che sono l’Io di Antonin Artaud, molto più debole di lui. L’Io [Le moi] di questo infermo errante e che ogni tanto propone la sua ombra sulla quale lui stesso ha sputato, e da tempo, questo Io zoppo e trascinatore, questo Io virtuale, impossibile, e che si trova ugualmente nella realtà. Nessuno come lui ha sentito la propria debolezza, che è la debolezza principale, essenziale dell’umanità. Da distruggere, da non esistere [à detrire, à ne pas exister].

Traduzione, Alter3g0

 
< Prec.
OOPS. Your Flash player is missing or outdated.Click here to update your player so you can see this content.
© 2012 Centro Studi Opìfice
Joomla! è un software libero realizzato sotto licenza GNU/GPL..