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La tirannia della comunicazione
Scritto da Simone Belfiori   
domenica 01 ottobre 2006

Autore: Ignacio Ramonet
Titolo: La tirannia della comunicazione
Edizioni: Asterios,Trieste, 1999
Pagine: 146

Qualche anno fa, per i tipi della casa editrice Asterios di Trieste, veniva pubblicato questo interessante saggio che in ossequio al titolo si propone di evidenziare i mutamenti intercorsi nelle dinamiche della comunicazione e dell’informazione nel contesto dei processi di globalizzazione ma non solo. Chi si prefigge l’intento di descrivere i percorsi economici, finanziari e politici sottostanti alla rivoluzione mediatica, irti di ostacoli e punti oscuri, è Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique nonché figura nota nel panorama intellettuale comunemente ascritto agli ambienti della sinistra antagonista. In effetti, l’analisi è precisa, interessante e condotta con rigore scientifico ma risente talvolta di un certo manicheismo “alternativo” che non di rado è possibile riscontrare in testi dai tali propositi. Ramonet infatti lascia evincere da alcune affermazioni l’adesione a schemi interpretativi che esulano dall’originario contesto ben rappresentato da quel “popolo di Seattle” che comprendeva al suo interno umori tra i più disparati e di differente provenienza politica o metapolitica, ma che piuttosto sono da leggersi dal versante volutamente politicizzato che ha imbrigliato l’intero movimento no-global europeo. Nonostante l’ambiguità di alcuni concetti espressi dall’autore, è innegabile l’abbondanza di spunti utili al fine di comprendere la portata del ruolo assunto dai mezzi di comunicazione nella storia recente. Si parte dalla constatazione della portata della rivoluzione digitale, che ha accorciato spazio e tempo tramite lo sviluppo tecnologico,l’assemblaggio dei singoli mezzi e fenomeni finanziari di respiro globale quali concentrazioni e fusioni; i “nuovi imperi”, come li definisce Ramonet, mirerebbero ad un controllo globale dell’intera rete d’informazione agendo secondo gli spietati dettami della concorrenza economica. Tra gli alfieri di questo meccanismo è indicato dall’autore il macro-blocco delle industrie americane in coazione col governo tramite il sostegno attivo dell’Omc, che preme a livello planetario per la sottoposizione del flusso comunicativo alle leggi del mercato. Qui si colloca il rischio, purtroppo reale, della tirannia prospettata dal titolo. La diffusione totale e continuativa di messaggi nell’etere mondiale appartiene ad una tipologia di potere finora sconosciuto e coerente con la rivoluzione del ruolo dei media rispetto alla politica stessa. Si tratta di una potenzialità ben più ampia di quelle sperimentate con i regimi totalitari del novecento. Il rischio di un condizionamento mondiale del pensiero mediante la creazione di una “world culture” ci traspone in uno scenario di orwelliana memoria ; primo esempio addotto della possibilità di una “comunione emotiva” planetaria tramite l’azione dei mass-media è l’eco avuto dall’evento della morte di Lady Diana, ed in seconda misura dal caso Clinton-Lewinsky. In parallelo con l’industrializzazione del sistema-informazione e la mercificazione dell’informazione stessa, si assiste ad un proliferare delle categorie dei paparazzi, della televisione-verità ed al ritorno della cronaca popolare talvolta sotto le spoglie del giornalismo di divulgazione, atto all’indagine privata del personaggio pubblico. In un continuo inseguimento reciproco dei media alla ricerca dello scoop e dell’emozione spinta all’eccesso, spesso tramite il ricorso ad immagini forti della più svariata tipologia, il fenomeno del mimetismo mediatico mostra in tutta evidenza un nuovo scopo comune del sistema, entrato a pieno titolo nella logica del profitto. Ed è a tal proposito interessante soffermarsi su uno dei cardini dell’analisi del saggio; nell’attuale scenario mondiale, incontestabilmente dominato dall’economia., il famoso “quarto potere” meriterebbe forse una sua riconsiderazione ed una eventuale ricollocazione al secondo posto,secondo l’intelligente intuizione dell’autore. Non si è forse passati da una tipologia di potere verticale, in cui gerarchicamente la politica sovrasta i media e mira al loro controllo, ad un modello di influenza prettamente orizzontale, in cui il ruolo mediale è spesso in grado di condizionare la politica in virtù della sua entrata a pieno titolo nelle leggi dell’economia? Tale prospettiva è condivisa da numerosi altri pensatori del calibro di Alain De Benoist, Jean Baudrillard e Pierre Bordieu . Il piccolo schermo, medium dominante di quella “videosfera” riconosciuta come attualmente prevalente da Règis Debray, è divenuto l’elemento centrale della stessa vita politica, a tal punto da condizionarne i meccanismi in base alle esigenze intrinseche della comunicazione. Ciò ovviamente non esclude il pur frequente scenario inverso, ossia dell’impugnazione dello strumento comunicativo da parte di gruppi di potere ; il vero problema è però differente. A livello di macro-dinamiche, è indubbio negare questa avvenuta rivoluzione gerarchica, ma sarebbe nel contempo errato pensare ad un’emancipazione del mezzo mediale dal settore politico ; si tratta piuttosto di uno slittamento dell’autorità, e la sistematica prevaricazione dell’economia sulla politica in se spesso rende coincidente i contenuti e le forme dei mezzi comunicativi dominanti col pensiero egemone, oramai di matrice largamente economicista (di cui i media non sono altro che vettori) come la tendenza governativa e burocratica mondiale. Ma come avviene in realtà tale fenomeno? Nell’esplicitazione dei suddetti meccanismi, Ramonet difetta forse di precisione. Più puntuali sono alcune considerazioni di Jean Baudrillard, che svela i rapporti di relazione ipnotica tra spettatore e medium, descrivendo ad esempio la televisione come un mezzo che grazie alla sua sola presenza è in grado di esercitare il controllo sociale  favorendo il ripiegamento dell’individuo nella sfera privata e nel contempo imponendo un immaginario stereotipato, il mezzo televisivo può adempiere alla causa del profitto oggigiorno assunta dall’informazione. Scopo del messaggio, aggiunge Pierre Bordieu, è la sua massima diffusione, che può essere ottenuta evitando di contrapporsi allo “spirito del tempo”, con il criterio della ricerca di quei “fatti omnibus” in grado di creare consenso ed opinione generalizzati, in accordo con l’ideologia dominante e in totale emarginazione di messaggi non conformisti o più semplicemente inutili ai fini della fruibilità e vendibilità. Appare dunque più chiara a questo punto la descrizione operata dall’autore del fenomeno dell’imitazione e del mimetismo; le spietate leggi della concorrenza strutturano in maniera centripeta quella apparente pluralità garantita dal proliferare di fonti e nodi del sistema-rete mediatico. Si svela così la connivenza ancor viva tra uomini di potere (il cui connotato politico ha dunque eliminato i distinguo col versante dell’economia) e addetti al settore della comunicazione, nonostante lo slittamento gerarchico dei settori.
Siamo dunque lontani dal “realismo democratico”, il giornalismo eroico e di denuncia tanto in voga negli anni ’80 sull’ondata del modello Watergate, creatore di figure intoccabili e talora assurte alla condizione di maestri di pensiero. Tali fenomeni sono, seppur inconsciamente, colti dal senso comune ed una nuova diffidenza attraversa l’utenza mondiale; se negli anni ’60 si additavano i media come strumenti del potere, ora ci si rende conto che è forse il sistema in se a rivelarsi inaffidabile. Un’analisi di Alain De Benoist pone il dubbio che in realtà sia forse inutile cercare di capire se i media stiano dalla parte del potere politico, in quanto quest’ultimo è prevaricato e quasi proverbialmente è sostituito da quello economico ; si pone l’ipotesi che i media oggi non siano più “intermediari” bensì siano essi stessi il fine, in quanto entrati in una logica di produttività commerciale. Per dirla con Baudrillard, “il medium fa evento da solo”. Lo stesso concetto è ripreso da Règis Debray quando parla della mediasfera come “trascendentale tecnico”, divinità senza volto e terribilmente autosufficiente della società occidentale. Lo stesso Ramonet sembra convenire con questa ipotesi, evidenziando la tirannia di una comunicazione quasi personificata, che gode oramai di vita propria.
Come già detto, qualcosa però negli umori del pubblico continua a muoversi : le ripetute menzogne e falsificazioni occorse ad esempio durante la prima guerra del Golfo o il falso eccidio di Timisoara in Romania, una volta smascherate, hanno alimentato dubbi e sospetti. Il mezzo televisivo, oramai preminente ed insidiato nella sua rapidità e produttività soltanto dall’emergente Internet, fonda la sua eccellenza, tra i tanti fattori, sull’illusione di verità ricreata dall’immagine e dalla diretta. L’importante è quello che appare, magari verisimile ma non reale, o addirittura falso ma bello e telegenico. Ciò che è visibile esiste in senso mediale, a discapito dell’astratto e del non riproducibile. Il corollario di tale fenomeno è la menzogna della non importanza del non mostrato, in quanto l’onnipresenza della telecamera dovrebbe a rigor di logica immortalare ogni avvenimento degno di diffusione.  Ma l’equazione “zero immagine, zero realtà” è purtroppo cosa nota e i casi delle guerre di Panama del 1989 o di Grenada del 1982 assurgono soltanto al ruolo di casuali esempi. Il concetto di credibilità dell’informazione è dunque stravolto ; la veridicità non è più discriminante, al contrario dell’esistenza mediatica, della realizzabilità tecnologica e dell’attribuzione prioritaria dello status di “vero” da parte del mezzo comunicativo.

L'autore Ignacio Ramonet

Nella mente dell’utente, si evince dunque una continua confusione tra il vedere ed il capire; con la prevalenza assoluta dell’immagine sul commento e sull’analisi (tra l’altro motivo di crisi della classica forma di telegiornale, in cui la sola presenza dell’inviato speciale, in tempo reale, sui luoghi “caldi” è garanzia di verità in misura maggiore del contenuto del servizio), la pigrizia dell’indagine si pone in contrasto con quella che a ragione l’autore considera una vera e propria attività: informarsi. Ma lo stesso cade in un pretestuoso e probabilmente consapevole abbaglio, tentando di ricondurre questa indotta amnesia dell’utente ad un non rispetto degli insegnamenti del razionalismo settecentesco, secondo cui l’intelletto e la ragione dovrebbero avere assoluta prevalenza sul senso, in questo caso quello della vista. Non è necessario scomodare i Lumi per spiegare tale fenomeno ; in realtà,lo spettatore non elude la ragione, ma è proprio con essa che attribuisce alla visione un ruolo di primaria importanza nell’analisi; i media inducono al ritenere, secondo un puro procedimento intellettuale, l’immagine come materia prima per un’analisi da compiersi a posteriori, e che in effetti l’utente compie secondo procedimenti tutt’altro che irrazionali. Ciò che sfugge a Ramonet è che in realtà la pur attiva ragione dell’osservatore viene privata dell’essenziale elemento analitico e contestualizzante rappresentato dall’eventuale commento. L’operazione avviene ugualmente tramite il cervello, non attraverso la vista. Ma si tratta di un procedimento incompleto e "razionalmente" non concepito come tale. Ridurre ad un puro slittamento filosofico un fine procedimento che agisce sullo stesso terreno interpretativo dell’utenza significa aggirare il problema.
Altro aspetto da notare è il corto-circuito avvenuto tra cultura, comunicazione ed informazione in uno scenario in cui quest’ultima è realmente sovrabbondante a causa del furore della connessione che per puro scopo commerciale provvede a “comunicare” senza in realtà informare; tutti, al giorno d’oggi e maggiormente tramite Internet, sono in grado di comunicare, e questa realtà ha messo in crisi il ruolo e la funzione del giornalista, sempre più privo di specificità e identità. Non a caso in tanti settori si parla già di “media-workers”, ossia semplici addetti al sistema mediale declassati al rango di operai di questa inedita e possente macchina industriale.
Sul versante classico dei mass-media, questa proliferazione del sistema-rete porta ai già evidenziati (e per un certo verso paradossali,in quanto si tratta di un ripiegamento della televisione su se stessa) fenomeni della tv verità o spazzatura, che va a ricercare la materia prima della comunicazione in settori “bassi” e “alternativi”, ma anche al depauperamento del format del telegiornale,quasi obbligato alla trattazione di cronaca locale a discapito di quella internazionale.
Ma la sovrabbondanza della comunicazione rende inoltre possibili quelle forme di “censura democratica” , di falsificazione e di invenzione di cui ci vengono presentati, lungo le pagine del testo, numerosissimi esempi. In realtà, in un sistema che si definisce democratico, l’informazione non viene sistematicamente occultata o nascosta, bensì dissimulata e resa eccessiva ; la quantità rende impossibile, per l’utente medio, accertare una eventuale mancanza e, per usare le parole dell’autore del testo, “la voragine dell’interdizione”.
Sia ovviamente beninteso che continua ad avvenire anche il fenomeno classico di censura, ma la logica predominante è oramai quella evidenziata ; tra gli esempi eclatanti possono essere collocate le cosiddette “guerre invisibili” come quella di Panama o le recentissime invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, per il vero mostrate secondo criteri di pulizia ed estetica televisiva, perfettamente aderenti ai piani di campagna mediatica sistematicamente considerati dalle autorità militari statunitensi, memori della diffusione di umori scomodi tra l’opinione pubblica a seguito delle immagini provenienti dagli eventi del Vietnam.
In ultimo (ma non per ordine di importanza) ci si potrebbe soffermare su un altro degli aspetti considerati dal libro, al quale è dedicato quasi per intero un capitolo. Si tratta dell’analisi del rapporto tra la vicenda del falso eccidio di Timisoara del 1989 in Romania e il ruolo svolto dai principali media, esemplificativo di alcune dinamiche che intercorrono sistematicamente proprio dall’anno considerato, indicato dall’autore come vero e proprio spartiacque tra la vecchia e la nuova strategia comunicativa. E’innegabile riconoscere come l’esigenza del sensazionale ad ogni costo abbia trovato nei fatti della rivoluzione rumena una grande opportunità mediatica ; la necessità di infiammare gli animi e di fomentare un’isteria collettiva ha avuto un ruolo di primaria importanza nella costruzione mediale di atrocità del più svariato tipo, culminata con la necrofilia televisiva rappresentata dall’utilizzo di cadaveri altri per erigere la menzogna (ennesima) del suddetto eccidio.
La diffusione di voci è stato il principale criterio di discredito di un regime comunque tirannico quale quello di Ceausescu, facilmente assimilato alle sembianze vampiresche e demoniache per la sua provenienza. Ramonet ci spiega come tramite i mezzi comunicativi sia possibile ricorrere a miti ed analogie proprio per l’intrinseca possibilità di crearli ; il mito della cospirazione viene in tal caso accreditato alla famigerata Securitate, polizia segreta del tiranno rumeno, e l’analogia tra comunismo e nazismo verrebbe utilizzata per mostrare, con una intenzione perentoria,il crollo fragoroso e definitivo dell’ultima illusione del ventesimo secolo. Paradossalmente, l’autore sembra voler negare al regime hitleriano la possibilità ,puramente eventuale, di un medesimo trattamento mediale riservatogli dagli anni del dopoguerra fino ad oggi ; esulando da intenti giustificativi riguardo agli orrori di cui il totalitarismo nazionalsocialista si è indubbiamente macchiato, sorge il dubbio che col pretesto di identificare un uso dei meccanismi comunicativi a senso unico ed esclusivamente a partire dalla fatidica data che ha sancito la fine del bipolarismo mondiale, l’intellettuale spagnolo tenti di rifuggire in assoluto ogni comparazione dal punto di vista strutturale e sociologico tra i due grandi fenomeni del secolo appena trascorso ; fortunatamente, un acceso dibattito storiografico, forte delle opinioni di Nolte, Furet e dei recentissimi scritti di De Benoist può colmare ogni dubbio a riguardo.
Ma se si rimane prettamente sul versante della comunicazione e sull’analisi dei meccanismi della sua ricorrenza sistematica alle categorie pregnanti per l’immaginario collettivo, ancora una volta il ragionamento di Ramonet non può essere contestato.  
Questi dunque alcuni degli aspetti che si evincono dalla lettura di questo interessante saggio, che prospetta un orizzonte apparentemente apocalittico ma assolutamente verisimile ; alla luce delle dinamiche globali e dell’avvento oramai conclamato del “tempo delle reti” , ogni cittadino è potenziale elemento di tale immenso organismo. Urgono dunque strumenti utili per la comprensione dei mutamenti in corso, e se, per dirla con Ramonet, informarsi stanca, è necessario quantomeno “informarsi sull’informazione” ed assurgere al ruolo di ombudsman di se stessi, per quanto sia impresa ardua e difficile. Il testo in questione si pone forse un intento simile, ma è da analizzarsi secondo la medesima ottica , assumendo la consapevolezza delle regole un sistema in cui la sfera comunicativa si presenta difficilmente scissa da quella informativa.

 
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